Quel tavolo di ciliegio

Quel Tavolo di Ciliegio

Il cielo splendeva una volta che ebbe aperto le tapparelle di quella finestra intrappolata in una stanza buia e a tratti triste.  Respirò quell’aria serena, pacata e leggiadra, che i suoi monti gli stavano donando. Dalla sua casa poteva ammirare quella catena montuosa che ormai aveva fatto sua, come il più geloso degli autori. I sibillini dominavano la scena dall’alto della loro bellezza, ma silenziosi, guardinghi, come a non voler svegliare i suoi abitanti, troppo frettolosamente.
Quel paese dal quale non se n’era mai andato, Amandola, lo aiutava ogni giorno ad andare avanti, a sentirsi vivo.  Ne aveva di anni Antonio, ne aveva eccome. ma se li portava con serenità, senza dare nell’occhio, aveva imparato a essere se stesso assai bene negli anni.
Maneggiava ancora quegli arnesi, che resero famosa la cittadina e dei quali oggi, si è ormai perso il ricordo. Era ed è, un grande ebanista. La storia che lo circonda è fatta di buche tortuose lungo una via ancora intatta, ma fatta di scale da oltrepassare. Quando esce da casa oggigiorno, è solito passeggiare per la piazza con tranquillità, magari prendendosi il sole diritto in faccia, un bel caffè e fumando il suo sigaro. Tutti lo conoscono e tutti gli portano rispetto. Qualche volta capita che si metta a parlare da solo e le parole gli escono dalla bocca per narrare vicende e aneddoti…

Non poteva essere eppure era così, scoppiò la seconda guerra mondiale e anche dalle nostre parti pacifiche e beate fino a quel momento, tutto cambiò. Giovani e meno giovani, furono arruolati. Succedeva cosi di norma: tu eri felice che raccoglievi il grano dai campi, felice perché ci avevano abituati fin da piccolissimi, che quello era il lavoro dei poveri ma ricchi, quando da un minuto all’altro, arrivava la lettera di precetto portata dal postino di paese, che guardava i genitori con l’occhio triste di chi sa’ prima degli altri. Tu magari avevi sedici o diciassette anni, non capivi bene la situazione, ma sapevi che c’era una guerra che si stava combattendo con tanti ragazzi come te, pronti a morire per un qualcosa di grande, di enorme ma d’immensamente sconosciuto. Si lavorava a quei tempi. Partivi la mattina di buon’ora, quando la mamma o il papà ti buttavano giù dal letto senza troppi fronzoli e prima di andare a scuola, si passava ad accudire gli animali alle stalle. Davi loro da mangiare, li pulivi e poi di corsa sui banchi di scuola che si trovava a chilometri di distanza e tu eri ovviamente appiedato. Grandi muscoli e lungo fiato, ci dicevamo, almeno questi erano vantaggi notevoli per sforzi simili.
Quando quell’incubo terminò, in pochi della zona riuscimmo a salvarci, ma tra tanti pochi, qualcuno si mise a fare l’artigiano, invece di coltivare la nobile arte della terra.
Fine prima parte….
di Marco Squarciadownload (2)

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