Le Poesie e le storie

Città Medioevo 2018, il rogo della Strega Clotilde

A Fermo – Ecoday 14 Maggio 2017

Letture ad Amandola- Luglio 2017

Un caffè alla torretta scritto e letto da me, Fermo 19 Luglio 2017

5 agosto 2017

Castello Malaspina di Massa, 16 agosto 2017

 

Mia lettura al saggio di dizione

Dizione ed espressione? Siiiii

Amici del teatro Fermano, presentazione a Monte san Pietrangeli (fm), 27-5-2018

L’ultima foglia, presente nel libro l’Attimo in più -2014


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L’Attimodownload

Soffiò il vento, si strinse nelle spalle,
aveva freddo.
Uscì così, senza pensare.
Era indifesa e voleva piangere.
Successe così, d’improvviso.
Il vento continuò più forte,
come a volerla sfidare, ma dal nulla
arrivò lui…
Le prestò il suo cappotto e glielo pose sulle spalle.
Successe tutto in un attimo, ma fu il più bello della sua vita.

M.S

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Oh Donna!

Oh donna tu mi strazi, Sharbat_Gula
col tuo ondeggiare caldo.
Oh donna tu m’incanti,
con quel tuo ventre scoperto.
Oh donna tu mi rallegri,
con quel sorriso grande.
Oh donna…..
tu sei la cosa più bella che c’è.

M.S
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Ubriaco sto

Ubriaco sto
Penzolare,
vagare,sbilanciarsi,
quasi cadere.
Sotto di me sento un vuoto,
dentro di me c’è.
Ho bevuto assai,
non me ne pento.
Affogo la rabbia,
affogo le sensazioni,
affogo tutto.
Vorrei affogare me.
Malinconico, sto.
Ubriaco si,
di vita, di vivere, di essere.

Ubriaco sto.
M.S
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Ciaoimages

Sei arrivata in punta di piedi dalla porta d’ingresso e
mi hai salutato.
Non mi ricordavo di conoscerti , ma era come se
fossimo in sintonia da anni e anni.
La mia pelle s’inarcò d’improvviso e li capii:
innamorato.
Colpo di fulmine e così è andata.
M.S
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Lumache in un quadroimages

Fisso, di fronte a quell’opera.
Non avevo nulla d’urgente da fare.
Guardavo.
Due chiocciole, due rami.
Stavano per incontrarsi.
Il bacio, che emozione. Rara.
Lente, bivacchiano.
Si godono il tempo.
Arrivano al momento,
le antenne dritte.
Si baciano.
Sono due lumache in un quadro.

M.S

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Pioggia


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Apro la finestra,
è freddo.
Piove.
Gocciola anche il tetto,
cadono gocce che si stagnano al suolo.
Piove.
Qualche goccia mi arriva agli occhi,
li chiudo per ripararmi, ma poi rifletto.
Li apro e lascio spazio al tempo.
Pioggia.
M.S

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 Afrodisiache emozioni

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Luminose realtà,
vacillano.
I pensieri, nauseano.
Stanco, cerco il letto.
Mi gira la testa, emozioni.
Afrodisiache emozioni d’amor.

M.S.
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Cuore
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Lo tieni stretto dentro al pugno,
non disturba,
batte.
Respira,
chiama,
è.
A volte salta,
a volte rallenta,
ma c’è.
E’.
Lo chiamiamo spesso,
nominiamo,
in tutte le lingue.
Lui c’è.
E’ il cuore.

M.S.

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A Fermo

 

Tu che grande non sei,
lo sai.
Sei però fiera rappresentante
di un mondo incantato, raro, finto.
Tu che mi hai ospitato,
tu che mi hai accolto fra le tue braccia.
La luce che il Duomo ti dona, è un fascio che
col sole riscalda i cuori, dona il sorriso.
Tu che sei confusa, annebbiata, ma dai più coccolata.
Sei amore per gli occhi e anche se in molti dicono
che sei vuota, a me tu piaci assai.
Tu che sei parte di me ormai, baciami.
Ancora, ancora.
Voglio sentire le tue mani sulla mia testa, le tue dita
accarezzarmi le tempie, la tua bocca sul mio collo.
Sudo di felicità.
Tu che sei tutto questo,
tu che sei orgogliosamente e semplicemente,
Fermo.


M
.S

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Poesia ad un bimbo non ancora natoIMG_0036

Ciao piccolo, sai ti immagino lì impaziente di uscire.
Vorresti aprirti un varco, respirare si direbbe. Lo farai stai tranquillo.
La tua mamma lo ha fatto per te, tanti mesi, è arrivato il tuo turno.
Però aspetta, non provare a chiedermi nulla.
Non ti azzardare neppure. Ho già il cuore che piange, non appesantirlo.
Ma in fondo ti capisco sai.
Nessuno ti ha domandato se volevi venire al mondo,
nessuno ti ha chiesto dove ti piaceva farlo, come, quando.
Nessuno ti ha chiesto nulla. E’ la vita sai piccolino.
Ti puoi ritrovare in un grande prato verde, coccolato come un re.
Oppure in una periferia malfamata, laddove i re hanno coltello e pistola.
Frena la tua curiosità, stai per ricevere un dono indescrivibile.
Preparati però, sii forte. Non sarà facile, il mondo è triste.
Direi che non è adatto ad un bambino, perché spesso invece di ridere, piange accorato.
E’ colpa nostra sai?
Allora lasciamiti salutare, chiedendoti scusa fin da subito, bimbo non ancora nato.

M.S
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La matitadownload (5)

Piu la guardo e piu m’intriga.
E’ gialla, nera con la punta grigia.
Si chiama Barbarella,
come la mia coccinella.
La uso raramente, ma è sempre divertente.
Si può anche cancellare, se mi dovessi sbagliare.
Se però non sto attento,
cade a terra e sbatte il mento.
Poi ho bisogno del temperino,
per rifargli il bel faccino.
Per favore senza urlare,
ditemi un po’ di chi sto a parlare?
Ma certo è elementare,
della matita non vi pare?

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L’Astuccio
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Sono seduto al tavolino,
al mio fianco ho il vicino.
Siamo a scuola stamattina,
e c’è anche la maestra Tina.
Dopo i saluti mattutini,
manda a tutti tanti bacini.
Ovviamente sa’ che fare,
prende la mano e inizia a disegnare.
Ci dice di aprire i nostri colori,
perché oggi faremo tanti fiori.
Cominciamo a colorare,
facciamo piano per non sbagliare.
Ogni volta che cambiamo il pennarello,
apriamo e chiudiamo il nostro amico Antonello.
Nella sua pancia troviamo molti colori,
che lui ci dona senza rancori.
Ce ne son di piccoli o di grandi,
guardate son proprio tanti.
Io ad esempio ne avevo uno con un cavalluccio,
che fa rima con  …

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Le maestre
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Sono bianche nere o gialle,
sono basse o sono alte.
Quando inizi il tuo cammino,
loro sono subito lì vicino.
Ti prendono per mano,
con l’idea di portarti lontano.
Con alcune passi solo pochi anni,
anche se a te sembrano eterni.
Ti dicono tante cose,
alcune belle altre noiose,
l’importante però è,
che ti voglian bene come a un re.
E se qualche volta le fate arrabbiare,
a loro passa subito non ti preoccupare.
Poi crescendo le rincontri,
ah che belli quei ricordi,
quanti anni son passati,
da quei tempi ormai andati.
Ora siam grandi e abbiamo figli,
ma quanto sono utili i tuoi consigli.
Dieci mesi l’anno erano abbastanza,
da passare in una stanza.
Qui ne abbiamo una che prendiamo come modella,
il suo nome è Antonella…

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La Scuola
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Ci si va per imparare,
le tante cose che il mondo ha da mostrare.
Iniziamo da piccini,
per poi diventare dei bambini.
Di lì il passo è breve e pieno di sprazzi,
che ti volti e siam già ragazzi.
Se ancora non basta,
ci dicono che serve un pezzo di carta.
Raggiungiamo la maggiore età,
che siamo già all’universita’.
Però quante emozioni,
tra quei libri e quelle passioni.
Ci siamo dentro anche adesso,
e un po’ ve lo confesso:
se potessi tornare indietro con una capriola,
vorrei tornare proprio a Scuola.

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Il mio amico Maredownload (6)
Era da tempo che non lo vedevo.
Ne sentivo a malapena l odore, mi mancava.
Eravamo amici in fondo.
Lui mi aveva sempre ascoltato,
quando nelle serate più buie,
mi sentivo solo.
Ora che sono lontano, mi manca.
Poi arrivò lei, d improvviso senza avvertire.
Vidi il blu dopo tanto tempo,
Profondità.
Essenza.
La guardai fissa, senza fiato.
Attesi,  momenti infiniti.
Poi eccolo lì, lo rivedi in un lampo.
Il mio amico mare, si era trasferito nei suoi occhi.

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Innocenti12196007_764527547008394_8497719720404435687_n

Ho visto quegli occhi.
Mi fissavano, umani.
Piano piano indietreggiavano.
Erano quasi vinti.
Poi uno scatto,
un fulmine di sangue e vita.
Riaperti di colpo,
rinvenuti.
Rinati.
Mi hanno fissato, ridevano.
Sorridevano.
Erano liberi ormai,
nessuno poteva fermarli.
Hanno lottato,
conquistato e difeso,
la loro esistenza.
Ora sono gli occhi di molti,
fermi lì come il tempo che sospira.

M.S

*****

SPIRITO LIBEROp1240198

 

Cresceva in me una sensazione,
potenza che si staglia nella vita.
Alle mie orecchie un suono,
sembrava un canto ma non lo era.
Discutevo col vento,
mio appassionato compagno di avventura.
Quanto era forte la sua voce,
quanto era accattivante.
Lo sentivo mormorarmi nelle orecchie,
mi sussurrava parole dolci.
Irti davanti a me quei monti che cullavano la mia giovinezza,
mi facevano l’occhiolino.
Amavo essere libero.

di M.s

***
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Affacciato 

Rara fioca luce,intravede il mondo.
Camminando nell’oblio dei sensi,
resisto alla tentazione del vuoto.
Accarezzo la mia pelle e annaspo,
confusa ho la mente,
annebbiato il cervello. 
Esteta dell’io,
guardo l’azzurro e cado. 
Sono ancora qui,
abbracciami esistenza.

di M.s

***
Il Dolore

Sentirsi inutili,
sentirsi ignorati,
sentirsi stupidi.
Forse semplicemente,
è il cuore che batte forte.
Arriva poi però, quel momento
in cui batte male,
si annida nei più arcani pensieri e
li rimane per sempre.
Ti trafigge e ti trapassa con un colpo solo.
Non capisci subito cos’è,
perché sei
cieco e sordo.
Non ascolti niente e nessuno ma è quel momento,11693846_764566003671215_3926036742421482386_n
che ti frega.
La tigre che si nasconde in lui, ti prende e ti porta via.
E’ finita.
E’ il dolore.

M.S

***

LampoLampo_471

 

Mi ritrovo qui, seduto.

Arguito a pensare.

Penso.

Cerco nella mente,

parole e versi nuovi.

Inumani.

Scavo, a mani nude

nella testa, apro i cassetti,

butto a terra il contenuto,

mi svuoto.

Nulla c’è più nel mio cervello,

visioni.

Ed eccolo,

un lampo, un fascio.

Attraversa i miei occhi,

era lì, mi spiava con agognata speranza.

Deciso, fa un passo, poi un altro.

Accorre in mio soccorso,

poeta stanco.

Il mio migliore amico.

Un lampo e creo.

Un lampo.

DI M.S

***

Se Questo è un mondoimages

Direbbe lei mio amico,
che mi vede qui in disparte.
Nell’angolino rifugiato,
intento a versar lacrime.
Fuori di qui cadono bombe,
la gente urla, muore.
Cosa sono allora io,
che me ne sto rintanato in quest’angolo,
schifato dal resto che c’è.
Mi sorge un dubbio,
mi balena nella mente qualcosa.
E se questo è un mondo,
allora chi sono io?

DI M.S.

***
Penso

 

Penso a te,
amico mio.
Siamo uguali eppure diversi,
tu sei mingherlino, io sono tozzo.
Tu sei alto, io sono basso.
Tu sai tante cose,
io tante le ignoro.
Tu che sei tu,
io che sono io.
Ti immagino in quel letto che riposi,
mentre nella testa chissà cosa ti passa.
Ne starai pensando tante,
non capendo bene 
cosa ti capita.
Volteggi e fluttui in quella stanza d’ospedale,
mentre il respiro di quell’aria malaticcia,
ti s’incastra nei polmoni e tu tossisci di rigetto.
C’è qualcosa che non vedo però, ma so che c’è,
è la mia mano che ti è accanto, comunque vada.
Rimbomba attorno alla mia giornata, nell’ansia di avere
notizia, il tuo eco che fa:
“Eh eh, il tuo solito ritardo onesto”.
Ti aspetto amico mio e ti penso.

DI M.S PER ROBERTO
***

Il colore dei suoi occhi
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Ne fui sedotto.
Arrivò in punta di piedi,
bagnati dall’acqua del lago
in quella domenica autunnale.
Il sole splendeva  e la sua luce,
si rifletteva come magia,
sul pelo del lago.
Le porsi l’asciugamano,
lei si asciugò e con i raggi
che le battevano sul viso,
mi guardò e mi sorrise.
Gli occhi mi sorrisero,
e li capii, che ero l’uomo
più fortunato del mondo.

di M.S
***

Cristallo

Non penso,
o forse si.
Mi accorgo di non stare bene,
mi accorgo di vomitare.

Esco dal mio mondo,
entro in quello degli altri.
Gente piena di sé,
ma povera dentro.

Sviolinano voraci insulti,
io mi accascio nell’anima,
e lentamente muoio,
ogni giorno di più.

Resisto alla sensazione di essere diverso,
devo sopportare,
devo vivere,
ma a che prezzo?

La mia condizione rispecchiata in un vetro,
mi fa vedere un cristallo di carne,
mi specchio e vedo:
la fragilità.

di M.s
********

SOFFIO DI CUORE download

RINCORRERE FANTASIE NASCOSTE,

CELATE IN UN CANDIDO NATURALE VESSILLO.
ARGOMENTARE NEL VUOTO DI UN’ESSENZA SBAGLIATA,
TRAFIGGENDO IL RELITTO DI UN IO PASSATO.
SENTO QUALCOSA,
E’ MIO.

DI M.S

*******

Riso

Sofisticato alveare di emozioni,
scavando dentro il mio cuore,
cerco quel che trovo.
Svengo mentre annaspo,
per ritrovarmi poco dopo,
con la bocca larga e i capelli mossi.
Le mie labbra sono eccitate,
il mio collo è rilassato.
Sto sorridendo e non smetterò più di farlo.

di M.s

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LentoRisultati immagini per lentezza

Mi avvicino silenziosamente,
lascio scontrare il mio sguardo,
con il suo corpo.
Leggo guardando fuori,
una timida perplessità d’animo.
Ora ecco cadere qualcosa dinanzi a me,
lento, soave, celestiale.
Va’ come il vento,
lo accompagna,
mentre io mi consolo da solo.
Gli occhi cominciano a gonfiarsi,
mentre quell’oggetto scende sempre di più.
Malinconia.

 di M.s

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Immagine correlata

Due penne, un padre, un figlio
(Premiato al concorso Città di Fermo 2016)
Dalla camera di Andrea, filtrava una fioca luce che illuminava il suo volto, attento a leggere un immancabile libro, mentre fuori dalla finestra la sua Fermo veniva sommersa dalla candida neve di Dicembre. Si addormentò e il mattino seguente come di consueto, la madre entrò per svegliarlo..
Avvicinò la sedia a rotelle di Andrea al suo letto e prima di baciarlo, lo fissò orgogliosa.
Quella rara malattia degli arti inferiori, gli aveva fatto dono di gambe più piccole del normale, più corte e fragili, con le quali non poteva camminare da solo. Nonostante questo lui era forte e sorrideva sempre. “Andrea piccolo mio svegliati, c’è una sorpresa alla finestra ad attenderti.”
Andrea aprì gli occhi e baciò la mamma in fronte, come faceva ogni mattina.
“Che sorpresa mamma?”
“Vieni..”, gli disse lei.
Dalla finestra vide la neve caduta e sorrise beatamente. Poi però una scena lo incuriosì: Un uomo forse sulla cinquantina, annaspava tra la neve e sembrava sentire freddo, con dei vestiti molto leggeri addosso. Andrea voleva invitarlo a fare colazione con loro cosi lo chiese alla mamma.
Mamma Giovanna ci pensò dato che da quando Papà Giovanni se n’era andato sbattendo la porta, erano rimasti soli. Il papà sentiva il peso di Andrea e preferì fuggire, sottraendosi ai propri doveri.
Ad Andrea la mamma aveva raccontato una bugia a fine di bene, sul perché il papà se ne fosse andato. Nonostante però questa titubanza che le tornò in mente, alla fine decise di assecondare l’idea del figlio. Lo chiamarono e lo invitarono ad entrare in casa loro.
Ecco allora l’uomo avvicinarsi e trovare la porta aperta, col caldo del camino che già faceva percepire quanto si stava bene. Ad attenderlo Andrea sulla sedia a rotelle e al suo fianco mamma Giovanna.
L’uomo aveva una lunghissima barba grigia, incolta e probabilmente mai tagliata da chissà quanto tempo.
I vestiti logori e una giacca marrone molto vecchia indosso, ma leggera. In testa indossava solo un bianco cappello di lana, mentre nella mano sinistra teneva una cartella da lavoro, una ventiquattrore per intenderci. Null’altro.
Lo fecero accomodare davanti al fuoco acceso, gli tolsero vestiti bagnati di dossi e gli dettero alcune cose Giovanni che ancora conservavano.
Gli andavano a pennello!
Giovanna lo osservò cosi vestito a modo ed ebbe una sensazione strana, particolare.
Sentiva che gli occhi le stavano comunicando qualcosa, ma non capiva cosa. L’ospite era girato di spalle e si stava scaldando le mani davanti al fuoco, dato il grande freddo. Andrea gli si fece di fianco con la sua macchinetta elettrica e iniziarono a chiacchierare.
Giovanna intanto cominciò ad apparecchiare la tavola per la colazione poi prese in mano i vestiti dell’uomo, per metterli in lavatrice.
Ad un tratto dal taschino della giacca dell’uomo, uscì una penna stilografica, uguale a quella che aveva Andrea. Stranò pensò e volle vedere quella del figlio, cosi entrò in camera e l’osservò. Quel suo nome scritto sopra, faceva un figurone emanando una luce celestiale.
Era l’unico regalo di suo padre. Per questo Andrea non l’aveva mai aperta, mai usata, l’avrebbe usata solo al suo ritorno diceva.
Giovanna non poteva trarre conclusioni affrettate, erano solo due penne molto simili.
Certa era però, che quell’uomo non era lì per puro caso.
Ritornò in sala e li trovò vicini vicini a chiacchierare. L’uomo aveva sorprendentemente preso dei pezzi di legna dalla cassapanca vicina e aveva rimpinzato il fuoco.
L’uomo parlava e Andrea ascoltava con attenzione.
Le sembrava la scena di un professore col suo alunno prediletto.
Si avviò in cucina col cuore leggermente più leggero per quella scena che aveva visto. Passavano i giorni e
Luigino ormai era diventato un ospite fisso la mattina, con cui Andrea discuteva minuti e minuti, senza stancarsi.
Arrivò poi il Natale.
Era Domenica e come di consueto ormai, Luigino era in casa a parlare con Andrea e indossava la sua vecchia giacca stirata e lavata da mamma Giovanna, con la penna rimessa al suo posto. Parlava delle sue esperienze e arrivò a narrare un episodio particolare: Mentre era alla guida della sua sfavillante auto per le vie di New York, causò un incidente che comportò la perdita delle gambe, per un ragazzo sulla decina nell’auto coinvolta con la sua. Luigino dovette risarcire la famiglia e perse tutti i soldi accumulati, così decise di tornare a Fermo.
Giovanna ascoltò quella testimonianza e mentre guardava l’orologio, si accorse che era ormai ora di pranzo.
Non sapeva ancora chi fosse realmente, ma percepiva che tra lui e suo figlio, c’era qualcosa di grande.
Vedere gli occhi marroni di suo figlio brillare, quelle guance cosi paffute arrossarsi di felicità, ogni volta che Luigino parlava, la convinse a dire:
“Luigino vuoi rimanere a pranzo per Natale oggi?”
Luigino annuì.
Si sedettero e mangiarono, conversando beatamente come una vera famiglia.
Al momento del caffè però, Giovanna voleva sapere chi fosse realmente quell’uomo, così con fare deciso, lo guardò negli occhi e gli disse:
“Luigino, sei entrato a casa nostra e hai conquistato Andrea e forse anche me.
Da mamma però, sento che devi dirci molte cose. E la penna che ho trovato nella tua giacca, uguale a quella di Andrea, ne anticipa molte.”
Andrea era confuso e rimase in silenzio ad osservare.
Luigino allora, respirò profondamente, guardò in basso con quegli occhi neri e profondi e parlò.
“Si, è vero. Devo dirvi alcune cose, a te ed ad Andrea soprattutto.
Oggi sono qui con voi al pranzo di Natale ed è per me il regalo più bello, perché non ho mai potuto passare questo momento con la mia famiglia. Non me lo sono mai permesso, per colpa mia.
Io sono tuo marito Giovanni.” La guardò dritta negli occhi e ci trovò impassibilità.
Guardò allora Andrea e gli disse:
“Io sono tuo padre Giovanni….”
Andrea girò lo sguardo verso la madre.
Così Giovanni riprese.
“Dopo l’incidente in macchina a New York, ho capito tutto.
Dovevo tornare qua, dovevo tornare da voi.
Non potevo farlo però così senza una spiegazione e senza umiltà.
Mi sono presentato per quello che sono ora e voi mi avete accettato non sapendo chi realmente fossi.
Chiedendovi scusa, vorrei ricominciare da dove vi ho lasciato.”
Aspettò qualche secondo per vedere delle possibili reazioni nei volti di fronte a lui, ma ne’ Andrea né Giovanna fecero una mossa.
“Quella penna che hai trovato nel taschino, è uguale identica a quella che ho dato ad Andrea, ma il nome si è scolorito col tempo. L’ho sempre tenuta con me.“
Abbassò lo sguardo e iniziò a piangere.
Andrea allora scattò con la sua sedie e andò in camera sua, prese la penna stilografica e ritornò in sala.
Guardò la mamma che impassibile, stava probabilmente assimilando tutta quella storia e le prese la mano avvicinandosele.
Con l’altra accarezzò la testa di Giovanni e disse:
“Siamo contenti che sei tornato papà e vogliamo tu resti con noi per sempre.”
Si abbracciarono tutti e tre finalmente e da quel giorno la penna di Andrea iniziò a scrivere parole incantate su fogli bianchi. Doveva recuperare anni e anni di amore.

di M.s

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Risultati immagini per volo leggiadro(Foto Flavio Masetti)

Volo leggiadro

 

Mi sento svenire,
accomodata fino alle ossa,
nella mia casa sconosciuta.
Soffice soffio alterato dal tempo,
vago senza meta nella mia esistenza.
Un ammasso di tentazioni mi attraversano,
resto calma e non mi muovo.
C’è chi lo fa’ per me,
trovo chi mi supporta,
chi mi sospinge.
Altro non sono che un corpo inerme,
alla mercè dei potenti.
Chiamatemi signora,
chiamatemi umiltà.

***********

 Riemergere

Incespico nell’aria,
nuoto nell’aria incessante
che si lamenta,
che grida.
Fottuta prigione che altro non sono,
mi costringo ad accettare silenzioso.
Rivoli di sangue,
partorisce la mia bocca,
assetata di vendetta efferata,
e passione mistica.
Sogno una libertà che cerco,
che voglio.
Un ritorno, esplodo.
Orgoglio.  

di M.s

********


CONFUSIONE

Concentrato su quel biondo liscio,
lascio cadere le mie tentazioni profonde.
Mi fisso e increscioso sento l’animo mio,
fiondarsi fuori e precipitare.
Una cascata irrazionale,
immane nuvola d’acqua,
che si colora di azzurro,
per perdersi nello sguardo luccicante,
amaro e scavato dal tempo.
Mi sento estremo desiderio,
mi sento scosso,
mi sento eterno.

di M.s

********************

imagesSperanza e tristezza

Tu piangi e io ti ascolto.
Non la smetti,
mi tormenti.
Sei opprimente,
mi schiacci mentre ti allarghi.
Un meandro angusto che fa’ paura,
una sensazione libera di paura.
Lacrimo esistenti pezzi di anima,
mi attorciglio nell’infausta speranza che,
risorga l’uomo.
Tu sei il mio cuore ferito,
strapazzato,
umiliato.
Un’emorragia massacrante,
resisti cuore mio.
di M.s

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Una naveitalia2

 

Le acque sono agitate,
occorre rallentare.
Fermarsi a respirare.
Cielo stellato,
sguardo perduto.
Naufraghi alla deriva,
senza via d’uscita.
Danzano sul blu cobalto,
piangono.
Ricordi passionali,
invadono i cuori feriti e sanguinanti.
I figli, gli averi, i pensieri,
il futuro lasciato a morire.
Il dondolio è brutale,
la nausea aumenta, vomitano.
Una luce, un bagliore, un soccorso.
Gridano fino a farsi male,
sono soccorsi, sono in salvo.
La speranza.

di M.s

***********************

 

Speranza e tristezza

Tu piangi e io ti ascolto.
Non la smetti,
mi tormenti.
Sei opprimente,
mi schiacci mentre ti allarghi.
Un meandro angusto che fa’ paura,
una sensazione libera di paura.
Lacrimo esistenti pezzi di anima,
mi attorciglio nell’infausta speranza che,
risorga l’uomo.
Tu sei il mio cuore ferito,
strapazzato,
umiliato.
Un’emorragia massacrante,
resisti cuore mio.

di M.s

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Pillola di riflessione

http://wegaformazione.com/che-fatica-essere-giovani/  Vai al sito
wegapillole

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Trasparenza

 

Quelle voci,
infinite, instancabili,
suonano a festa.

Arrivano nella sala abbellita,
sembrano un re ed una regina,
si baciano tra la gente festante.
C’è chi si lascia andare a degli abbracci,
chi inforca il proprio calice di vino,
chi piange,
chi ride,
chi è triste e rivede la propria vita in quegli occhi,
Loro avanzano a fatica, cercano un riparo,
trovano il loro posto e si siedono, ma sanno che è l’inizio più bello.
Tutt’intorno scalpitio di piedi,
frasi urlate tra gli accordi,
è una felicità delirante  e contagiosa.
Visi distesi, la vita che scorre.
E’ tutto così leggero, da sembrare trasparente.

di M.sIMG-20160817-WA0000

 

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protagonista io aperitivo filosoficoReale

Colpito ed affondato,
ho rivolto altrove il mio sguardo.
Vergognoso, inacidito.
Mi rimane dentro il cuore,
quella vista dei seni nudi,
delle mani vinte giunte davanti all’aguzzino.
Implorano una pietà scomparsa da tempo,
spazzata via e mai più ritornata.
Ho paura di vedere,
ho paura di sapere cosa siamo diventati.
Rosso.
Sgorga a fiumi, chiudo gli occhi.
Cammino, corro, fuggo.
Lei cade, non si rialza,
umiliata per sempre.

di M.s

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downloadUn suono inascoltato

Orecchie sensibili,
nascondono fauci arrabbiate.
Quelle grida non mentono,
sono facili da riconoscere,
potenti come lame taglienti.
Da dove vengono, chi le emette?
Mi affaccio dalla finestra,
corse per le vie, gente in strada.
Bambine, sono solo bambine,
mio Dio!
Nude sul selciato, bagnato dall’acqua del cielo.
Dietro di loro il patrigno,
con un bastone in una mano e il Diavolo nell’altra.

di M.s

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RibellioneRisultati immagini per ribellione

Coltelli,
lame,
fendenti dritte al mio petto.
Le voci dei miei familiari,
mi straziano,
illusa in gioventù,
consapevole ora, matura.
Marito, padre, fratello,
sono la loro schiava.
Sesso, duro, violento.
Ogni volta un dolore diverso,
ogni volta un silenzio frustrato.
Basta.
Ribellione, parlo.
E’ finta, rinasco, rivivo.
Sono una donna,
sono una vita.

di M.S

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Amandola Miaamandola
Amandola mia,
te vurrio portà via.
Pijatte pè mano,
e assieme arrivà lontano.
Perché si bella comme lu sole,
resprenni de luce propria che lasci senza parole.
Si antica comme lu munnu,
che dè un postu cusci vellu.
Te s’i pogghiata là sotto,
quelle montagne che te protegge e te risplenne,
comme na madre co lu panciotto,
che te vole tanto vene, non te sorprenne.
Si nata che eri na frichina,
te si fatta grossa diventenne na signora,
contavi più avitanti de Roma capitolina,
la Regina de li Sibillini, eri allora.
Crescenne te si’nvecchiata,
li paesà tui a lu mare se so’ fatti na scampagnata,
ma tu si rmasta fiera e coccolata,
a spettalli alzata.
Glie si raperto le vraccia,
vaciati sulla faccia,
stretti su lu core,
con tanto ammore.
Amandola mia tu si na perla,
per chi vorrebbe avella,
incastonata nell’occhi de chi t’osserva,
e nella mente de chi t’ama senza riserva.

Traduzione:

Amandola mia ,
ti vorrei portare via.
Prenderti per mano,
ed insieme arrivare lontano.
Perché sei bella come il sole,
risplendi di luce che lasci senza parole.
Sei antica come il mondo,
che è un posto così bello.
Ti sei appoggiata là sotto,
quelle montagne che ti proteggono e ti risplendono,
come una madre con il pancione,
che ti vuole tanto bene, non ti sorprendere.
Sei nata che eri una bambina,
ti sei fatta grande diventando una signora,
contavi più abitanti di Roma capitolina,
la Regina dei Sibillini, eri allora.
Crescendo ti sei invecchiata,
i tuoi compaesani al mare se ne sono andati a fare una scampagnata,
ma tu sei rimasta fiera e coccolata,
ad aspettarli in piedi.
Hai loro aperto le braccia,
li hai baciati sulla faccia,
stretti al tuo cuore,
con tanto amore.
Amandola mia tu sei una perla,
per chi vorrebbe averti,
incastonata negli occhi di chi ti osserva,
e nella mente di chi ti ama senza riserva.

Di M.s
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L’ultimo filo di voceRisultati immagini per l'ultimo filo di voce

Guardami o specchio,

mi riconosci?

Sono paralizzata dal dolore,

mi muovo a fatica,

non cerco Dio,

ho perso la speranza.

Continua la mia vita,

tormentata,

per i miei figli.

Non li farò toccare dal mio uomo,

ciò che è diventato il mio uomo.

La mia pelle piange,

mi supplica di smetterla,

denuncia.

Non posso, ho paura.

Gli zigomi gonfi, rotti.

Le mie labbra spezzate,

i miei capelli tirati,

i miei lividi riflessi.

Lo faccio per loro,

piccole creature indifese.

Fino al mio ultimo filo di voce,

lo faccio per loro.

di M.S

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Piccoli AngeliRisultati immagini per piccoli angeli

La trovarono,

ciò che di lei restava.

In quella sudicia cantina,

che aveva visto più di tutti gli altri.

I continui abusi del padre,

l’avevano trasformata.

Maria non era più una ragazza,

era un mostro.

Per anni, terribili,

crudeli,

aveva sopportato una segregazione familiare.

Lei bambina bionda,

occhi azzurro cielo,

contrasto divino.

Vita spensierata,

senza pensieri,

da bambina.

Finchè il padre,

la portò lì sotto,

al buio.

Lei non capiva,

aveva un’amara fiducia,

poi lo sguardo del padre,

urla infinite.

A nulla servì,

la mamma sapeva tutto,

ma taceva, spaventata,

violentata nell’anima.

Maria venne privata della sua dignità.

Per anni.

La trovarono appesa ad una trave.

Si era liberata, da sola.
di M.S
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LA GALLINA

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Attenzione a questa rima,
riguarda un’animale che si alza presto la mattina,
molto spesso ci fa’ un regalo,
è bianco, rotondo e senza un pelo.
Lo si rompe volentieri,
ed entra anche nei bicchieri,
lo sbatti sulla padella,
e ci esce una bella frittella.
Fa’ coccodè la birichina,
ma si dai è lei la………

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Il fantasma del cuore

 

Intravedo lontano un fascio di luce,
mi chiedo cosa sognerai stanotte.
Mi avvicino al tuo letto, è buio,
un silenzioso lunedì autunnale.
Con la fioca visibilità che i miei occhi stanchi mi permettono,
scruto nella tua stanza come un ladro furtivo.
Il lampione appena fuori la finestra,
lascia entrare il suo riflesso arancione,
non è potente ma delicato.
Ti illumina il viso, lo sento.
A tastoni cerco il letto,
cerco te nell’ombra di me stesso.
Mi avvicino al comodino che accompagna le tue letture,
sento che non ti sei svegliato.
Odo vibrare l’emozione che mi avvolge,
percepisco il tuo respiro leggero e pieno.
Ne sono convinto, stai sognando e non vuoi smettere.
Quando i mie occhi si sono abituati a quella fioca luminosità,
mi accingo a toccarti i capelli, te li sfioro.
Ascolto il tuo odore sulla mia mano, fruttato, candido.
Sei un’innocente creatura e io sono di nuovo qui.
Non ti voglio svegliare ora che sei lì indifeso e felice,
perché magari nel tuo mondo incantato,
mi starai immaginando ancora come la prima volta.img-20151108-wa0000
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1042num

L’uno solitario e bruno,
incontrò lo zero, tutto tondo e con al centro tanto mistero,
ed insieme a passeggiare, il numero quattro finirono per incrociare; spigoloso e altezzoso, era pure contagioso, tant’è che di lì a poco, ecco spuntare un’altro signore molto noto, curvo e goffo, era buffo a più non posso, amava starsene sulle sue, ma certo mancava solo il due!
di M.s

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Che baffi!premio-buonarroti-2016-terzo-posto 3°posto sezione racconti Premio “M. Buonarroti”

Il Signor Perfetti era un uomo di circa cinquant’anni che abitava all’ultimo piano di un palazzo molto alto nel centro di Fermo, cittadina marchigiana. Non si era mai sposato, non aveva figli, non aveva donne. Se qualcuno provava solamente a chiedergli se non fosse ora di metter su famiglia, lui si arrabbiava sempre moltissimo. Una delle risposte più gentili che dava era: “Io dei figli? Ma che siamo matti? Quelli poi sporcano, urlano, piangono sempre, di notte o di giorno per loro fa’ lo stesso. Poi devono essere cambiati, lavati, puliti, non fanno niente da soli; nemmeno a parlare sono buoni! E che diamine. “Eppure se lo si guardava per la prima volta, non dava l’impressione di essere un signore burbero e scontroso, ma tutt’altro, era educata e cortese, qualche volta accennava anche a un sorrisetto sotto quei baffoni neri come la pece. In realtà era solo apparenza, voleva ben figurare, non gli importava nulla della gente. A lui piaceva solo il signor Perfetti di cognome e di fatto. I capelli ormai li aveva persi e ora la sua pelata, unita a quei buffi baffi che amava ritoccare e rimodellare per ore, gli donavano un aspetto strambo. Non era nemmeno tanto alto, anzi, si può benissimo dire che era basso.  Indossava spesso vestiti retrogradi che andavano di moda trenta o quarant’anni prima, ma a lui poco importava. A contornare il tutto, non sempre ma spesso, indossava anche un cappello di cotone pesante, come andavano di moda tra gli ottantenni più che tra i cinquantenni. Nessuno sapeva bene cosa facesse nella vita, non aveva amici e se ne stava sempre per conto suo. I suoi genitori vivevano in un’altra zona della città, ma lui non li andava mai a trovare, né li voleva tra i piedi. Il suo caratteraccio era noto a tutti, ma nonostante questo, aveva un aspetto che stimolava risate e ilarità. La cosa più buffa di tutte, che lo aveva fatto diventare l’osservato speciale del quartiere, erano quei baffoni enormi, che gli scivolano forti e rigogliosi fino quasi all’altezza delle spalle. Due semi cerchi che perfettamente e con tanta cura, avevano la loro forma perfetta e il loro posto prediletto nel suo faccione. Lo avevano soprannominato: “L’uomo dai buffi baffi e dalla camminata strana”. Quella particolarità lo contraddistingueva dalla massa di persone, ma lo rendeva anche poco intenzionato a conversare e fare conoscenze. La storia di quei baffoni, era conosciuta da chiunque, ma i commenti e i dubbi erano sempre gli stessi. “Secondo me non li ha mai tagliati, mai ma proprio mai!”, diceva un signore quando lo vedeva passare davanti al barbiere dove era intento a farsi radere barba e capelli. “Da me non è si è mai fermato, né mi ha mai chiesto di tagliarglieli”, ribatteva il barbiere stesso che lo stava servendo. “Mai visti baffi più strani di quelli, sembrano dei salici piangenti”, commentava un altro signore in attesa del suo turno. Di sicuro per tutta la cittadina, con i suoi circa quarantamila abitanti, non ve ne era un altro e uno solo, che fosse cosi strambo da attirare sempre molta attenzione su di sé. Quel suo carattere poi collimava notevolmente male col suo cognome, che lo faceva apparire come una persona senza difetti. Avrebbe potuto chiamarsi in qualunque modo, che ne sappiamo noi: Occhionero, oppure Alberello, o ancora Mangiaricotta, ma no, il destino aveva voluto che lui nascesse con quel cognome pesantissimo addosso; tutta colpa del padre Antonio. “Non poteva avere un altro cognome mio padre, mannaggia a lui!”, si lamentava a voce alta qualche volta il sig. Perfetti. Non si poteva fallire, non si poteva sbagliare con quel cognome addosso, aveva sempre la pressione di dover essere senza macchia. A causargli però le prese in giro maggiori, erano proprio quei due amichetti che si trovavano sulla sua faccia, più precisamente tra bocca e naso. La loro amicizia risaliva a tempi molto antichi….Fin dai primi giorni di asilo, infatti, passando per le elementari, poi le medie, arrivando alle superiori, dovette sempre subire le prese in giro dei compagni. Il tutto semplicemente perché lui era un tipo preciso e studioso, non mancava mai a una lezione e gli piaceva imparare, ma soprattutto aveva già quei bei baffoni a dargli tormento. Un ormone troppo frettoloso di diventare grande, gli aveva accelerato la crescita e già all’asilo, gli spuntavano leggeri ma percettibili, quei peli neri che lo facevano sembrare più un gatto, piuttosto che un bambino.  Chiaramente non si erano mai visti casi come il suo nell’intero territorio marchigiano, forse nemmeno a livello nazionale. Nonostante la stranezza dell’accaduto, babbo Antonio e mamma Cecilia, tentarono di farlo visitare da ogni esperto possibile in materia, per cercare di rimediare a quella curiosa situazione. I risultati però purtroppo erano concordi: crescita accelerata.  Il guaio era che non potevano tagliarli, o la salute del piccolo Perfetti, poteva peggiorare negli anni e aggravarsi. Per lui guardarsi allo specchio la mattina era sempre molto faticoso, perché vedeva quelle due strisce nere, dargli fastidio ed essere di troppo. Non poteva però farci nulla e doveva così sopportare gli scherzi dei compagni. Quando chiedeva alla mamma e al papà, perché li aveva già cosi grandi e spessi e a cosa gli servissero, riceveva sempre la risposta più ovvia: “Ti fanno sembrare più grande tesoro, ti stanno benissimo, ecco a cosa ti servono!” rispondevano i genitori in coro. Quando invece tornava piangendo perché gli altri lo prendevano in giro, mamma e papà erano pronti ad abbracciarlo e rincuorarlo:
“Ma tesoro, cosa t’importa di quello che dicono gli altri, sei bellissimo”. Non si convinceva mai del tutto il piccolo Perfetti, ma non poteva fare a meno di notare, che i genitori erano molto convincenti quando lo guardavano negli occhi e gli parlavano a quel modo. Quindi dovevano avere ragione. A lui non piacevano molto quei due amichetti, ma cercò di non farci caso, dimostrandosi già un ometto cresciuto. Ma più passava il tempo e più gli davano fastidio e gli procuravano giornate in cui doveva vergognarsi e ritrovarsi solo soletto, a buttar giù lacrime su lacrime. Aveva finito per odiare a tal punto i suoi baffi, che decise di non tagliarli mai più, ma di tenerli così e farli crescere ancora più rigogliosi. Aveva capito che doveva conviverci, nonostante tutto. Non aveva amici e non amava uscire da casa, soprattutto d’estate, né tantomeno aveva mai apprezzato quelle colonie estive, in cui dei bambini cialtroni sfogano la loro frustrazione giocosa, trattenuta sui banchi di scuola per mesi, senza rendersi conto di non sapersi nemmeno divertire. Quelle colonie lui le passava come tutti gli altri giorni dell’anno, con la differenza che poteva farlo sdraiato su una spiaggia col mare limpido di fronte.
In questi periodi in particolare, riuscì, però, a sviluppare una passione che rimase nascosta per molto tempo: quella dello scrivere, cosa che lo tratteneva molti minuti e molte ore. Davanti al mare si divertiva parecchio a riempire i fogli dei quaderni che si portava con sé, e qualcuno giurò addirittura, di averlo visto sorridere a quel blu disteso lì davanti a lui, chiamato mare. Non era pazzo, semplicemente possedeva delle diverse visioni del mondo che erano sue e di nessun altro. Ma la cosa ancor più buffa, era che nessuno sapeva il suo nome. Crescendo le cose non migliorarono, andò all’università, si laureò, poi andò a vivere da solo. Ogni tanto un lavoretto saltuario, se l’era anche trovato, ma anche lì, non faceva conversazione, non usciva a farsi una birra con i colleghi, nulla di nulla.  Il sig. Perfetti era rimasto tale e quale allora, con la differenza che la sua acidità prorompente era aumentata a dismisura. C’era chi s’immaginava fosse un serial killer e che nascondesse le sue vittime in casa.  Qualcuno azzardava che se le mangiasse anche. Insomma veniva descritto come un uomo burbero, solitario e pericoloso ma buffo allo stesso tempo.  Cosi era per i grandi, mentre ai bambini…Ai bambini non faceva paura. Quel suo modo esilarante di camminare, un po’ penzolante, ai bambini sembrava piacere. Il sig. Perfetti era uno che non faceva caso alle voci, ai problemi che gli altri gli tiravano addosso, faceva la sua vita e se ne infischiava di tutto e tutti. Stava bene così e così voleva continuare a stare. Benché un bel giorno…Era appena uscito da casa come tutte le mattine, per andare a fare il suo solito giretto al parco. Gli abitudinari buontemponi partirono con le loro battute e battutine: “Eccolo l’uomo che cammina in modo strano e non si taglia i baffi nemmeno a pagarlo a peso d’oro”, diceva il giornalaio all’angolo; “Affacciatevi ragazzi, c’è quello svitato del sig. Perfetti”, mormorava il barbiere ai suoi primi mattutini clienti; “Guarda Rita, come ogni mattina è arrivato l’uomo che cammina male e ha quei grandi baffi!”, spettegolava la fioraia con la vicina fornaia. Lui udiva e percepiva qualcosa, ma tirava dritto per la sua strada, non se ne curava. Aveva adottato quella tecnica da qualche tempo e per il momento, sembrava comunque funzionare. L’uomo che cammina, a dire la verità, non gli dispiaceva. Non ci vedeva nulla di male nell’essere etichettato così. Ma la storia dei baffi, quella proprio non gli andava giù.  Una volta giunto al parco centrale della cittadina, vide che qualcosa non andava. Qualche simpaticone aveva rotto gli attacchi delle fontanelle, una dopo l’altra. Quel bel parco verde era un simbolo per tutta la città e i genitori portavano sempre i loro bambini lì, per giocare e divertirsi. Quelle fontane altro non erano che un punto di ristoro. Quando i piccoli avevano sete, chiedevano ai papà e alle mamme di prenderli in braccio per arrivare alla cannella. In fondo era un momento semplice, ma al contempo molto particolare. Segnava la leggerezza e la libertà di un bambino, nel divertirsi senza far del male a nessuno. Le fontane erano cinque, situate in diversi punti del parco e per scrupolo più che per voglia, il sig. Perfetti, volle girarlo tutto per verificare se lo stesso trattamento lo avessero riservato a ognuna di esse. Era proprio così. Quel fatto non gli andava molto giù, gli ricordava i dispetti subiti ai suoi tempi, dai coetanei bulli e bulletti, ma se ne infischiò come faceva sempre. Riprese la sua camminata ma a quel punto, qualche bimbo cominciò a piangere per quella scoperta così amara. Prima dei poi due, infine tutti, versarono lacrime tristi. Al sig. Perfetti tutto quel chiasso dava sui nervi, così s’incamminò verso casa doppiamente infastidita. Il danno fu segnalato al comune, ma i tempi per ripararle, sarebbero di sicuro stati molto lunghi. I bambini per il momento, non avevano possibilità di rinfrescarsi. Il giorno dopo però, come per magia, le fontane erano state aggiustate da qualche angelo e così i bambini poterono giocare e rinfrescarsi come prima. Il signor Perfetti passeggiava per il parco come ogni mattina e non poté fare a meno d’innervosirsi, per quei bimbi che come il giorno prima, facevano chiasso, anche se stavolta felicemente. Mentre camminava verso casa, notò di essere seguito.
Un gruppetto di ragazzini, nessuno dei quali sembrava avere più di dieci anni o giù di lì, gli stavano copiando la camminata e con essa, quel buffo modo di poggiare le gambe a terra velocemente, alternando due passi veloci, a uno lento. Quando si voltò la prima volta, i bambini fecero finta di nulla e così anche la seconda, ma ormai lui li aveva visti. “Ora vi faccio vedere io, piccoli farabutti!”, pensò dentro di sé. Girato l’angolo per il suo appartamento, si piantò in asso immobile, con il piede sinistro, che sbatteva frettolosamente sul marciapiede. Quando i bambini fecero a loro volta l’angolo, si trovarono davanti quest’uomo minuto ma con il viso adirato, che si parava loro davanti. Il gruppetto ormai visibilmente scoperto, non sapeva cosa dire o fare. Fu il sig. Perfetti a interrompere quei secondi di calma piatta. “E voi perché mi seguite? E soprattutto perché mi copiate la camminata?”, esordì. Per un primo istante, nessuno osò aprire bocca, poi un bambino piccino piccino, si fece largo e disse: “Perché ci fai ridere, ci piaci!” “Ci piaci?”, ripeté il Sig. Perfetti in modo confuso. Non gli passava proprio per il cervello, che potesse piacere a qualcuno, poi figuriamoci se a dei marmocchi brufolosi. “Io non devo piacervi, voi siete solo degli stupidi bambini ed io non ho tempo da perdere con voi. Tornate dai vostri genitori, prima che chiami le forze dell’ordine”. A questa risposta decisa, tutti nel gruppo, rimasero sorpresi e non si mossero dalle loro posizioni. Il Sig. Perfetti soddisfatto per essere riuscito nel suo intento, proseguì la sua camminata buffa e strampalata, smuovendo i baffoni a destra e sinistra in segno di compiacimento personale. Non si voltò mai indietro, tanto era sicuro che quei marmocchi, avessero trovato di meglio da fare che seguirlo. I bambini ancora un po’ titubanti, rimasero fermi qualche altro secondo, poi si girarono e tornarono indietro. Tutti tranne Nicolino, che non poteva resistere dal conoscere quell’uomo così burbero e arrogante. Abitava nel quartiere e anche lui come il sig. Perfetti, veniva spesso preso di mira dagli altri bambini, per via di quelle enormi orecchie, che lo facevano assomigliare a un elefante più che a un bambino. Lo chiamavano in tanti modi, da “orecchione”, a “elefantone”, fino a “topolone”. Senza dare nell’occhio, seguì passo passo l’andare del Sig. Perfetti, fino a giungere dinanzi all’edifico, dove abitava. Attese che entrò in casa e dopo qualche minuto, si avvicinò all’ingresso della palazzina. La struttura si presentava molto fatiscente, decrepita sui lati e con qualche pezzo scrostato di qua e di là. Un portone di legno molto consumato e pieno di buchi accoglieva i visitatori. Nicolino avvicinandosi cercò il nome del signor Perfetti tra i vari appartamenti per suonargli, ma non lo trovò. Scorse tutti i nomi, finché giunse a una casella vuota, senza scritte. “E’ sicuramente questo, per evitare scocciature, non avrà messo nulla.”, pensò e sé.
Si decise e suonò. Attese qualche secondo, poi suonò di nuovo. Finalmente una voce rispose: “Chi è che rompe l’anima a quest’ora?”, tuonò metallico il tono dall’altra parte. Era certamente lui. “Buonasera sig. Perfetti sono Nicolino, abito in questo quartiere e sono venuto per farle alcune domande.”
“Domande? Che tipo di domande? E poi cosa sei un bambino forse tu?” “Domande semplici su di lei, nulla di più. E si sono un bambino.” Dall’altra parte non ci fu’ risposta alcuna. Nessun respiro percepì Niccolò. “Sig. Perfetti, io voglio aiutarla, ascoltarla, conversare con lei. Non sono qui per prenderla in giro come fanno tutti. Anche io sono deriso dai miei amici, perché ho questi due grandi orecchi che mi fanno sembrare un elefante, più che un bambino”, tentò ancora Nicolino sperando che non avesse riagganciato.  A quel punto qualcosa accadde, si sentì il rumore di uno scatto e il portone…si aprì! Nicolino ne approfittò subito, prima che magari per qualche strana ragione, si richiudesse.
Alla fine aveva aperto, il che di per sé, equivaleva a un miracolo. Si aspettava i titoli suoi giornali Nicolino, per l’indomani mattina: “Un giovanotto di nome Nicolino, riesce a farsi aprire dall’uomo dai grandi baffi e dal buffo cammino ”.Che emozione! Fece le scale piano piano, perché aveva l’impressione che non avrebbe trovato la porta dell’appartamento aperta, a indicargli la via. Invece dovette ancora una volta ricredersi, infatti, alla seconda rampa di scale, un appartamento sulla destra, aveva la porta spalancata.   Entrò chiedendo permesso e buonasera. Si ritrovò catapultato in un mondo incredibile, inimmaginabile. Il signor Perfetti aveva abbellito ogni stanza, come se la casa appartenesse a un bambino. Sui muri aveva dipinto animali, paesaggi, facce sorridenti e la casa era tappezzata di poesie, filastrocche e piccole novelle. Qua e là si trovavano dei peluche dalle mille forme e colori, palloni, gonfiabili, tappeti a ogni angolo del pavimento! Un bigliardino, un canestro, un triciclo, un flipper si trovavano nella sala, dove un enorme armadio a muro, custodiva un’infinità di libri. Erano tantissimi. Nicolino non sapeva se stava sognando o era impazzito, o magari se fosse entrato nell’appartamento di qualche mago, fin quando non comparve dietro di lui il sig. Perfetti, sguardo severo e piede sinistro tamburellante sul pavimento. “Allora che cosa vuoi Nicolino?” esordì guardandolo dritto in faccia. “Parlare signore, solo parlare”, rispose con un po’ di titubanza, mista all’emozione di trovarsi nel regno di quell’uomo misterioso. “E sia, ma ho molto da fare quindi sarà una chiacchierata rapida e se non mi piacerà, ti caccerò via a pedate nel sederino, sei d’accordo Nicolino?”, tuonò il padrone di casa. “Come vuole lei signore”, rispose Nicolino. Il sig. Perfetti a quel punto andò in salotto e si sedette su un gonfiabile a forma di gorilla, mentre Nicolino lo seguì, ma rimase in piedi. “ Non ti sedere e non toccare niente, quello che vedi qui non dovrai dirlo a nessuno, intesi?”, lo fulminò il sig. Perfetti. “ E ora racconta…”, chiuse. Nicolino riuscì a dare una rapida sbirciata a quella che doveva essere la stanza da letto e notò una macchina da corsa a forma di letto. Quella casa era davvero bella, pensò. A quel punto iniziò a raccontare la sua storia, di come capiva benissimo lo stato d’animo in cui si doveva sentire lui, il sig. Perfetti, poiché anche Nicolino sapeva cosa significa essere presi sempre in giro per qualcosa. Era però convinto che quell’uomo di fronte a lui, non fosse cattivo per niente e la casa glielo confermò subito. Voleva aiutarlo e fargli capire che ai bambini, non importava nulla se fosse strano o no, a loro lui piaceva così e che non doveva odiarli. Il sig. Perfetti ascoltava senza muovere un muscolo, allora il bambino gli fece una proposta decisa: “La sua casa è stupenda signore, qui potrei impazzire di divertimento e di gioia, ci sono tantissime cose bellissime e adatte a un bambino. Perché lei vive qui e in questo modo? “Nessuna risposta. Silenzio. Allora Nicolino continuò, senza preoccupazione alcune delle conseguenze, dato che aveva avuto un’idea troppo bella in quella casa, per non essere realizzata. “Lei è un uomo buono, io lo sento e così anche gli altri bambini. Questa casa ne è la prova, lei scrive, gioca, si diverte come uno di noi, anche se è adulto. Lei non è mai cresciuto in realtà, ma si è sempre vergognato di se stesso, apparendo sempre scontroso e antipatico, ma non è così. Lei ha aggiustato le fontane al parco io lo so, l’ho vista.” .A quella frase l’espressione del Signor Perfetti cambiò, si ricompose sul divano e accigliando le sopracciglia, diede due colpetti di tosse. Nicolino lo aveva visto aggiustarle la sera prima e questo fatto lo aveva spinto fino a casa sua; aveva compiuto un gesto da vero eroe. “Ora signor Perfetti le voglio fare una proposta che mi è venuta in mente: vorrei innanzitutto tagliarle quei baffoni che ha, che la rendono così nervoso e vedrà che le cose cambieranno. E inoltre secondo me, lei sarebbe felicissimo e i bambini della città anche, se aprisse questa casa a tutti per giocare e divertirsi insieme. Sarebbe favoloso”, concluse. Osservò il volto del signor Perfetti e vide che era ancora una volta cambiato, ora sembrava disteso, tranquillo, quasi felice. Non disse nulla, ma fece di sì con la testa almeno tre o quattro volte. Nicolino non aggiunse altro, prese dalla tasca del giubbino delle forbici che si era portato dietro e si avvicinò all’uomo.
Il sig. Perfetti allora, cominciò a piangere come un neonato. Piangeva come non aveva mai fatto prima.
Erano lacrime sincere, reali e sicure di sgorgare da quegli occhi marroni scuri. “Procedi pure bambino”, gli disse con voce bassa e leggera, guardandolo negli occhi. Nicolino esitò qualche secondo, sorpreso ancora una volta da una scena che non si aspettava, poi iniziò. I suoi colpi erano leggeri, affidabili e sicuri allo stesso tempo. Sapeva che stava segnando un passo importante nella vita del Sig. Perfetti e un po’ anche nella sua. Zac zac zac, con l’ultimo colpetto il gioco era fatto, ora non si poteva più tornare indietro. I baffoni erano spariti e con loro tutta l’antipatia del sig. Perfetti.
Da quel giorno la sua casa si aprì a tutti i bambini della città, che poterono così giocare e divertirsi, insieme al signore più buono che c’era: Felice Perfetti, l’uomo dai grandi baffi, dalla camminata buffa e dal cuore enorme.

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Immobilità

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Cime di neve sovrastano il borgo,
mentre stormi di uccelli migratori,
lo sorvolano maestosi.
E’ mattino presto,
poche luci sono accese nelle case.
L’aria è fresca, siamo in montagna.
Dai comignoli esce qualche nuvola di fumo,
i signori più anziani hanno già acceso il fuoco.
La loro vita è stata una fiamma sempre accesa,
mai doma, viva e autentica.
Il profumo del pane appena sfornato,
inebria l’ambiente cittadino.
Luminarie sorridenti a festa,
babbi natali appesi ai balconi,il grande albero al centro della piazza,
segnano lo scorrere di un tempo che non si è fermato mai,
nonostante tutto.
Il paese muove la sua instabilità,
donandosi la speranza che gli è stata tolta dalla natura.
Solo del vuoto dell’anima non potranno rispondere:
quella dipende da cuore a cuore.

di M.s
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FIORI D’ARANCIO
Fiori d’arancio cadevano
fin sul suo viso addormentato,
sotto quell’albero amico.
Non si svegliava,
perdurava ansimando nel sonno.
Sognare è una libertà permessa a chiunque,
basta avere l’anima pura e pulita.
Una foglia si staccò improvvisamente
e le finì sulla guancia.
Era leggera, era calda, soffice.
L’autunno stava arrivando e quella figlia,
ne anticipava il tempo.
Non si svegliò, ma un lievo sorriso,
le accarezzò il viso di bambina.

DI M.Sth
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L’AUTOBUSRisultati immagini per L'AUTOBUS

Apre le porte ai bambini,
che salgono sui suoi piedi chiamati gradini,
in fila indiana ovviamente,
senza spingere certamente.
Può essere giallo oppure blu,
il colore non lo scegli di certo tu.
Gli mettiamo la benzina su di un fianco,
altrimenti è troppo stanco.
E alal fine Piano piano e senza esagerare,
a scuola deve arrivare.

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Filo sottileRisultati immagini per FILO SOTTILE

Sento la mia voce,
è lontana e solitaria.
Se alzo lo sguardo vedo nero,
penso sia buio,
ma è pieno giorno.
Allora è il mio cuore che trasuda respiri soavi,
incestuati d’emozioni invadenti.
Sono in bilico e rischio il vuoto,
lo ascolto, lui mi sente, mi chiama.
L’artista dell’equilibrio viene da me,
ora sono lui.
Non c’è vento,
non c’è movimento.
Alzo il piede destro,
avanzo.
Ora non c’è nessuno,
sono solo su quel filo sottile.
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La mia ombra
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Tremo e spalanco gli occhi.
La paura s’impadronisce di me,
la sento avvicinarsi,
è ad un passo.
Sono nel letto fatto di ansia,
adrenalina che corre sui muri.
Un riflesso mi cattura,
vorrei non esistere.
Vorrei non vedere.
Il muro mi parla,
gracchia selvaggio.
Alzo le coperte e non osservo più,
mi sento protetto ora.
Sbircio sornione,
era la mia ombra.

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SdrucciolevoleRisultati immagini per sdrucciolevole

Pioggia sottile di Agosto,
lenta, soave.
Sono in strada, solo.
Immagine rubata dal tempo,
apro la bocca.
Ora le gocce sono intense,
sono fendenti spade,
che s’inerpicano dentro al mio corpo.
Cingo la testa all’indietro,
accarezzo il vuoto.
La testa è zuppa d’acqua,
io non penso,
resto immobile.
Tra poco sarà tutto finito.
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Li frichittiRisultati immagini per bambini

Esseli lì sta tutti ritti,
e qualcuno c’ha pure li riccitti.
Ade biondi, rusci e mori,
dicemo un po’ de tutti li colori.
E’ li figli de lu paese,
nati ad ogni mese.
Se spetta ala matina,
che canta la gallina.
Po’ se rveste, lava e magna,
e a la madre se raccomanna,
che c’abbia misso lu prosciuttu,
dentro lu zainettu.
Tutt’un bottu scappa de casa,
manco quanno se va’ in chiesa.
Se rincontra co l’amici,
che saranno le radici,
de un futuru tuttu da scrive,
ma intanto basta che se ride.
So’ li frichitti,
s’è billitti.
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Il mare, un vecchio e il suo cappello di Marco Squarcia

Antonio non aveva ancora mai visto il mare. Eppure dal suo paese, non distava che pochi chilometri. Eppure non gli piaceva, gli era ostile.
“Tutto quel blu infinito, mi fa paura”, diceva sempre a chi lo importunava sull’argomento. Tutti ormai erano a conoscenza di quella buffa storia ad Amandola, paesino nell’entroterra fermano, tra i Sibillini e il mare per l’appunto. Se ne stava alla veneranda età di novantatré anni, sulla sua sedia a rotelle, fuori dal terrazzo a fissare le montagne. Sulla testa aveva sempre il suo cappello di paglia che non toglieva mai e poi mai. Sua moglie Elvira lo spronava spessissimo, senza ottenere i risultati sperati.
“Ma amore, togliti quel coso e lascia che te lo lavi almeno una volta e poi guarda lo tieni così abbassato, che nemmeno vedi oltre le tue scarpe.”
Mai, rispondeva lui. Era irremovibile. I suoi compaesani lo trattavano un po’ da saggio, un po’ da sciocco del villaggio, con quel cappello di paglia sempre in testa, nemmeno fosse lui stesso un cappello.
Era un contadino in realtà,  lo aveva fatto fin da piccino rispettando la tradizione di famiglia, che da generazioni in generazioni, si passavano le attività dell’azienda agricola.
Anni e anni, mesi e mesi, giorni e giorni, ore e ore, passate a sgobbare su quei terreni a volte generosi, altre volte infimi. Poche volte era uscito dal paese e dai confini, e in tutte quelle lo aveva sempre fatto in direzione avversa al mare. La moglie e i parenti non capivano perché ce l’avesse tanto con quel blu. Nessuno lo capiva, tranne lo stesso Antonio.
“Il mare mi ha strappato l’anima”, diceva ogni tanto. Solo questo, nulla più.
Elvira non capiva, forse il suo bel maritino stava impazzendo, o forse lo era già da un pezzo.
Antonio negli ultimi anni aveva avuto parecchi problemi di salute, tant’è che tra ischemie e ricoveri, era stato costretto a non fare quasi più nulla, appollaiato su quella sedia a rotelle maledetta. La sua mente però ancora reggeva bene, così come il suo cuore che gli ricordava tanti eventi passati, ora che aveva il tempo di farli scorrere come una pellicola cinematografica. Fu così che una mattina estiva molto calda, vide passare davanti al marciapiede che si trova vicino alla loro casa, un signore anziano e una bambina piccola. Questa aveva indosso un cappello di paglia e se lo toccava ad ogni passo, sorrideva. L’uomo che doveva sicuramente essere il nonno, le rispondeva con ampi cenni d’assenso.
Ad Antonio vedendo quella scena, cominciarono ad uscire piccole lacrime dagli occhietti stanchi, che prontamente asciugò con un fazzoletto. Non voleva assolutamente essere visto, orgoglioso com’era. Da qualche giorno gli capitava così, si metteva lì davanti alla sua solita finestra e piangeva. Quella coppia gli aveva rimembrato qualcosa che lo feriva.
Quando andava a dormire, alzandosi e rimettendosi sul letto, per qualche secondo appoggiava il suo amico di paglia sopra al letto, ma lo controllava a vista. Quella vipera della moglie, non voleva scapparsi via l’occasione di poterglielo lavare, ma lui non lo avrebbe permesso per nulla al mondo. Vedendo che Elvira comunque non mollava, cominciò a mettersi il cappello con sé nel letto per dormire. Una scelta bislacca ma sicuramente funzionale all’obiettivo.
Neanche i nipotini riuscivano a farlo desistere da quella sa sfida, perché ormai a tutti sembrava essere diventata il capriccio di un vecchio che torna bambino e rovescia i suoi anni anagrafici.
Finché una domenica, precisamente il 3 giugno, inaspettatamente mentre era a pranzo con tutta la sua famiglia riunita, disse la frase che fermò per qualche secondo il tempo: voglio vedere il mare.
Lo aveva detto con lo sguardo un po’ basso sul suo piatto di fregnacce calde; non aveva guardato nessuno ma in un attimo tutti gli occhi presenti, gli furono addosso.
“Scherzi tesoro?”, disse la moglie incredula.
“no”, rispose deciso Antonio. Era sicuro.
Finirono di mangiare più veloci del solito e soprattutto più silenziosi del solito. Antonio parlò poco, diciamo solo lo stretto necessario e resto sempre pensieroso, anche quando bevve il suo amato caffè. Si distrasse solo quando, aperta una finestra per far cambiare aria dato il grande caldo, il cappello gli volò via e immediatamente si sentì perso. I nipoti si prodigarono per riprenderlo e rimetterlo al suo posto, lassù da dove poteva dominare ogni sguardo e movimento.
A quel punto uscirono di casa e si diressero al mare, Antonio compreso con la sua sedia a rotelle.
Una volta giunti dinanzi alla spiaggia, chiesero al nonno se fosse davvero sicuro di fare ciò che aveva detto e lui rispose lapidario:
“Si, sono sicurissimo, ma avrei una richiesta da farvi. Portatemi fino alla riva con la sedia, poi ritornate tutti qui e non guardatemi. Vorrei solo questo. Restare solo, col mare e il mio cappello.”
I parenti si guardarono un po’ perplessi, ma dissero che andava bene. Così si addentrarono in spiaggia, col mare quel giorno agitato e il tempo non proprio bellissimo come lo era prima. La spiaggia non era affollata, anzi vi erano solo un paio di coppiette intente a baciarsi tra gli asciugamani stesi a terra. Antonio rimase solo.
Passò qualche minuto, una decina e Elvira non poteva resistere, doveva controllare cosa stesse facendo il marito, così si affacciò. Qualcosa la mise in allarme, si agitò, anche se la sedia a rotella era al suo posto, il senso le diceva che non tutto quadrava. Quando tutti giunsero sulla spiaggia, videro la sedia a rotelle di Antonio e il suo magico cappello……appoggiato su di essa. Di lui nessuna traccia. Se n’era andato dentro al mare e li aveva deciso di morire, in quel blu infinito.
Sotto all’amato amico di paglia, aveva lasciato però un foglio:
“Poche righe per spiegarvi una storia triste ma intensa, che nessuno conosce e che era un piccolo segreto, che ho deciso di condividere con voi e con nessun altro. Il cappello che ho sempre indossato, non privandomene mai, non è il mio. Appartiene ad Alberto, il miglior amico che potessi avere, scomparso quando ero ancora adolescente, risucchiato dal mare in burrasca. Era un pescatore come il padre, ma quel tremendo pomeriggio la sua vita si spense, lasciando in ricordo il cappello che indossava con estrema fierezza. Ecco perché non ho mai voluto togliermelo e ora sapete anche del mio rifiuto verso questo blu, in cui ora mi immergo.”

di M.S
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ANIMA E SPIRITO

In questo mondo siamo in tanti lo sappiamo,
basta aprire il giornale per vedere che confusione,
tra chi odiamo e chi amiamo,
tra chi ha torto e chi ha ragione.
Si nasce, si cresce, si muore,
ne facciamo di tutti i colori,
col baccano, col rumore,
poi ci adagiamo al riposo eterno coi nostri cari.
Un’opportunità inattesa,

presa al volo prima che sparisca,
che va’ vissuta in mezzo alla tempesta,
in tempi amari o in quelli di festa.
La differenza la fa’ la testa,

insieme al cuore,
grandi parole, immensa fortuna dorata,
ma senza onore.
Allora cerchiamo un rifugio,
vogliamoci bene,

che sia d’auspicio,
per una bella rivoluzione.
Rimanere piccoli così,
o condividere noi stessi,
per non rimanere lì,
fermi a pensare ai reietti.
Anima e spirito,
lasciatemi dire,
sono l’essenza di ogni partito,
che voglia far di questo lido un grande campo fiorito.
di M.s

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Un caffè alla torretta
Risultati immagini per torretta fermo

Finisco il pranzo e come di consueto, cerco il caffè. Sono un drogato di caffè, ma chi non lo è?
Prendo il barattoletto, lo apro e….la tragedia inizia a delinearsi.
E’ finito.
Non so’ voi, ma io impazzisco. Chi non impazzirebbe?
Credo che una casa senza il caffè , sia come una porta senza la sua chiave: puoi provarne tante, ma non ti gireranno mai.
Prendo fiato e abbozzo un pianto. Poi ci penso bene e il problema non è poi così tremendo.
Abito sotto la torretta, c’è proprio il bar qui vicino che mi aspetta.
Esco di casa con grande fretta, nemmeno se fossi in ritardo per una festa.
Percorro il vicolo di Santa Croce e risalgo alla fermata del bus, mentre il sole sopra la testa mi cuoce.
L’insegna Farmacia Ciucani, mi abbaglia come sempre, anche se ormai la farmacia non c’è più.
Attraverso sulle strisce, che è una cosa molto saggia ed entro nel bar ovviamente aperto.
Al bancone non c’è nessuno, mentre un paio di tavoli interni sono occupati.
C’è la titolare con suo figlio, intento a giocare al telefono come ogni adolescente moderno, non sia mai. Chiedo un caffè per favore e un po’ d’acqua. Mentre attendo mi appoggio al tavolino delle riviste e più per noia che per tedio, leggo i titoli, dato che sono giornali di gossip, adatti a farsi quattro risate.
Vera dice che qualcuno è “Falsa, ipocrita e manipolatrice”. Vabbè, chi non lo è?
Non mi accorgo di dirlo ad alta voce e nemmeno mi accorgo che nel frattempo sono entrate due signore.
una urla a più non posso, ce l’ha col mondo e con Fermo, che è diventato come il resto della terra: vruttu. Finisco di leggere il titolo e questa, approva e mi dice che ho ragione. Sono forse in una finzione?
La guardo sbigottito e le dico che è solamente Vera che lo dice, io non dico niente, anche perché non so’ a cosa si riferisse. E lei ribatte che è vero si ciò che dico, che ho proprio ragione. Evidentemente non mi ha capito, così le faccio vedere il giornale col titolo in grande evidenza, ma ormai la signora è partita ed inizia il a parlare limando la mia pazienza.
L’amica intanto ha ordinato due caffè, che arrivano puntuali. Il mio è sul bancone da un po’, così mi avvicino per berlo, facendo si con la testa fingendo attenzione per cercare di scappare. ma la signora dello show mi si avvicina e continua a conversare.
Mi chiede che faccio, di dove sono, chi sono, perché. Perché, cosa?
Sorridendo per i modi curiosi d’interagire, le rispondo con mezze verità. Lei mi scruta, mi fissa e non mi lascia andare, mentre il caffè è li che mi attende. Prendo lo zucchero e lo verso nella tazzina, poi giro. A quel punto la nuova oracola che mi trovo davanti, mi fornisce tutte di fila, supposizioni sulla mia persona andando anche nel profondo. Dice che sono un poco di buono con le donne, che ho tra i 29 e i 45 anni, che sto nella classica crisi dei trentenni che non sanno che strada prendere e che le sembro strano.
Se io sono strano, penso, ma l’assecondo e le dico che ci ha preso in pieno, su tutto. Faccio per prendere il caffè finalmente,  l’unico motivo di quella visita, ma lei mi afferra per un braccio e mi dice che la sto prendendo in giro. In realtà a me le donne non mi piacciono. Spalanco gli occhi un po’ turbato, la barista le chiede di piantarla, lei si difende dicendo che non mi ha di certo offeso. Io confermo questa tesi. A quel punto finalmente, sorseggio il mio caffè ma….è diventato freddo e poco gustoso. Pago il conto, ringrazio, saluto l’oracola ed esco. L’orologio della torretta segna le 15,10. Penso per qualche secondo, poi prendo la macchina e parto. Dopo qualche minuto torno a casa con due buste della spesa piene.
Ho fatto la scorta di caffè per almeno dieci anni, il prossimo caffè alla torretta può attendere. Sia mai che trovo il bar aperto.
di M.S
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Soffice luce

 

Blu come il cielo,
nulla di diverso, nulla di raro.
Mi avvicino a te, ti sento respirare,
le tue onde muovono veloci come palpebre.
Ti guardo mentre ti distendi fiero,

sei grande, sei immenso.
Sul tuo corpo son passati in tanti,
ti hanno amato, maltrattato, odiato,
ma sempre rispettato.
Quella luce che tu hai emanato e che ancora risplende,

è soffice e bella come te.
Grazie mare Adriatico, grazie per tutto.
di M.s
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Il Cavallo

I suoi colori sono vari,
tanti ,belli e alcune volte rari.
Çi saliamo spesso in groppa,
ma ehi attenzione alla loro testa!
Loro ci accolgono senza sbuffare,
in fondo gli piace passeggiare.
Ci son quelli per i piccini,
che sono tanto carini,
e addirittura dei bambini,
han messo loro dei nastrini.
Poi abbiamo quelli grandi e snelli,
saltano gli ostacoli come fossero dei grilli.
Per farli muovere devi battere i tuoi piedi con attenzione,
fallo pieno però, senno fai loro del male, dannazione!
Sono amici fedeli e buoni,
e poi hanno certi occhioni.
Ce ne sono tanti anche qui al maneggio,
ditemi un po’ e fatemi contento,
chi indovina di quale animale vi sto parlando?
di M.s
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FELICE

Non è alto, non ha i capelli,
però ha ancora un sacco di denti.
Ogni tanto parla strano,
quasi quasi non sembra italiano.
Durante i campi estivi,
giocava sempre con tutti i bambini,
poi ha finito facendo l’attore,
con delle scenette di cui lui era l’autore.
Ha un nome che è un’emozione,
lo troviamo spesso in qualche canzone.
Lo sei quando ridi e pensi poco,
aiutiamo allora il nostro amico.
Gridiamo forte come si chiama,
perché lui non sa quanto è grande la sua fama.
Non è suo amico chi non lo dice,
Lui come si chiama, è……FELICE

Opera di M.s
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IL BIVIO DELLA VITA Risultati immagini per IL BIVIO DELLA VITA

Guardo mio nonno respirare affannoso,
sento la sua anima volare via, leggera.
Percepisco fiori di essenza che riempiono l’aria,
gli sono accanto e gli tengo la mano,
è fredda, sena vita.
Intorno ascolto lacrime e singhiozzi,
io non ci riesco,
non voglio.
Niente è finito,
tutto comincia.
E’ un ciclo, è una reale scelta involontaria,
non siamo noi a decidere,
non siamo noi i maestri.
E’ solo un bivio,
quello della vita.

di M.s

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Dov’è finita l’H?Risultati immagini per lettera h

Mirko aveva appena finito di studiare storia e si apprestava ad aprire il quaderno d’italiano, quando il citofono squillò Era Mattia:
“Mì vieni a giocare al campetto? Due tiri a basket prima di cena, dai. “
“Mattì grazie ma devo studiare e sono indietro. Devo fare ancora italiano e ripassare l’uso dell’H.”
Ah ma lascialo stare italiano e l’H soprattutto, a che serve? Mica si offende se vieni a giocare. Anzi sarà felice vedrai. “
L’amico sapeva usare argomenti convincenti e così Mirko, chiuse il quaderno che aveva aperto e scese di fuori incontro ai suoi amici.
Le pagine sul tavolino intanto, cominciarono a parlottare tra loro.
“Ei ragazzi e ragazze avete sentito cosa hanno detto Mirko e Mattia? A cosa serve l’H?- disse la A alle altre lettere scritte sui vari fogli a quadretti-. Risero in tanti, risero tutti, tranne la lettera H ovviamente e il verbo avere. Gli unici ad essere tristi erano infatti loro, che non potevano mai ridere quando Mirko scriveva, dato che sbagliava sempre a mettere l’h al punto giusto, ovvero davanti al verbo avere e nelle esclamazioni.
Con loro anche tutte quelle parole come: Ahi, Ohi, Ehi, Ahimè e cosi dicendo.
Se ne stavano in un angolo a piangere, sole e sbeffeggiate da tutte le altre. Quando Mirko rientrò in tarda serata, si ricordò che doveva ancora finire di studiare, ma non è che avesse tutta questa grande voglia. Doveva però trovarla dato che l’indomani la maestra Fiorillo lo avrebbe interrogato per vedere se aveva capito qualcosa della grammatica e dei suoi usi.
Aprì il quaderno sul tavolino e…venne catapultato al suo interno.
Sorpreso e spaesato, non capiva cosa gli stesse capitando, ma quello che vide gli fu chiaro.
C’erano tante lettere e parole, punti, virgole, doppi punti, punti esclamativi, parentesi ecc da un lato, mentre in un angolo sole, la lettera H e il verbo avere.
Si avvicinò a queste e chiese cosa accadeva.
Tutto ad un tratto la lettera H, alzò la testa e le sue punte quasi si toccarono per l’eccitazione.
“Guarda Avere, è Mirko. “ 
Il verbo avere si asciugò le lacrime e sorrise al ragazzo.
Mirko allora, chiese loro perché piangessero e quando gli spiegarono i motivi, si sentì in colpa. Molto in colpa.
“Ora ci penso io amiche mie, non vi preoccupate. Mi metterò a studiare sodo e questo quaderno non sarà più pieno di errori e voi tornerete felici insieme alle vostre compagne. “
Uscì dal suo quaderno e prese il libro che la maestra gli aveva consigliato. Iniziò a ripassare le regole e fece molti esercizi.
– Mi hanno comprato un gatto e l’ho chiamato Tommy.
– Ahi! Mi sono sbucciato un ginocchio.
– Hai una penna da prestarmi?
Si addormentò a notte fonda con la faccia su quel quaderno ormai pieno.
La mamma lo svegliò l’indomani mattina, fece colazione con gli occhi ancora mezzi chiusi. Preparò lo zaino, prese il suo quaderno e andò a scuola.
Fu una mattina fantastica, venne interrogato dalla maestra Fiorillo in italiano e prese un bel dieci!
Non sbagliò nemmeno un’h e un’esclamazione. Quando tornò a casa, aprì di nuovo il quaderno e vide l’H e il verbo Avere fargli l’occhiolino. La lettera H era tornata felice più di prima.
di M.S
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Storiella

La coppa maritata

Quel giorno Martina era arrabbiata, a scuola i compagni l’avevano fatta incavolare e quando era tornata a casa, aveva anche risposto male alla nonnina. Eva però non ci fece caso e come ogni volta che si ripeteva quella scena, sapeva cosa fare. Sul tavolo della cucina era rimasta tutta sola soletta, una fetta di pane. La nonna la guardò e si mise ai fornelli per preparare il pranzo. Sapeva cosa poteva far sorridere la sua nipotina. Prese un po’ di uova dal frigo ed iniziò a sbatterle. Nel frattempo mise a soffriggere dell’olio su una padella. Quando l’amalgama tra le uova divenne soddisfacente, accese il fornello con la padella piena di olio e…ci rovesciò le uova sbattute. Pane sale e Quando l’olio cominciò a scaldarsi, prese la fetta di pane rimasta e la inzuppò nella padella. La girò e rigirò più volte. Quando divenne gialla a sufficienza, la mise ad asciugare su di un piatto con un panno di carta. Certo era ancora sola, così la nonnina tagliò un’altra fetta e la coppa si maritò. Martina appena sentì l’odore di quella bontà, smise di essere triste.
(di Marco Squarcia)

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La crispelletta vanitosa

C’era una volta una bambina,
piccina piccina.
La sua mamma cucinava bene,
alleviava anche le pene.
Si faceva però aiutare,da quelle manine rare.
Così arrotolavano la massa,
che era molto bassa,
scaldavano del latte in un pentolino,
mentre in casa ardeva il camino.
Non bastava però certo,
bisognava fare il resto;
così si aggiungevan delle uova,
olio sale e si continuava,
con del lievito di birra quanto bastava.
L’ultimo tocco era la farina,
bianca e tenerina,
non restava che friggere tutti questi trabucchi,
nell’olio dei granturchi.
Ed eccola lì, Rosella,
la crispella.

di M.s
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Risultati immagini per ultimi 

La poesia degli ultimi

Non cerco di rubare,
mi sento giudicare da chi parla e poco sa,
della mia vita e delle mie rughe.
Le sofferenze nascoste e mai esposte,
i pianti disperati offerti in sacrificio
per un nuvo inizio che verrà.
Diafono scopro la voce della passione che albeggia in me,
mi sento di nuovo forte e vivo,
ora non ho più paura,
perchè so che non sarò mai più ultimo.

di M.s
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Risultati immagini per casa retroLa casa sul retro

Nevicava di gran lena, non smetteva da ore ormai.
Eravamo appoggiati a quella finestra della sala da quasi due ore, senza staccarci.
Osservavamo quei fiocchi grandi come occhi cadere fitti e veloci, sembravano lacrime.
Papà non era ancora tornato, mentre la mamma era in cucina intenta a preparare i soliti suoi cento piatti per il pranzone di Natale.
Quel giorno diversamente dagli altri anni, non sarebbe stato lo stesso.
Troppe persone erano venute a mancare negli ultimi mesi e sia io che Richy, non avevamo lo stesso spirito che ci ha sempre contraddistinto in quel periodo.

Il nonno amava quella casa più di se stesso, l’aveva costruita lui d’altronde con tanto sudore e amore.
Ci aveva messo molto tempo, ma alla fine era diventata uno splendido spazio in cui condividere e amare liberamente.
“La casa sul retro” la chiamavano tutti in paese, perché nascosta dalla strada e dal centro cittadino, sembrava avere una vita sua, propria; era così.
Da quando il nonno ci ha lasciati a Marzo, il vuoto che non è stato più colmato, ha reso tutto un po’ meno magico ma comunque il suo spirito lo sentiamo aleggiare in ogni stanza e ci accompagna felice.
A volte si io che Richy, sentiamo la sua voce provenire dalla sua camera, laddove fino all’ultimo giorno della sua vita, non ha smesso di raccontarci storie e aneddoti.
Dal letto, malato, ma sempre pieno di memoria e lucidità, ci ha fatti diventare una sola persona e ci ha resi migliori.
Quella casa ha reso tutti noi un po’ migliori.
La nonna invece purtroppo non l’abbiamo mai conosciuta, perché siamo nati che già non c’era più per colpa di una brutta malattia.
La stessa che due anni fa si è portata via nostro zio, il poeta.
Anche lui aveva la sua stanza in cui l’odore della penna e dei pensieri ancora è fortissimo.
Avrà scritto circa diecimila poesie in tutti quegli anni, non lo sappiamo con precisione ma era un genio fottutamente bravo.
Il suo ultimo libro, una raccolta di poemetti per bambini, ha avuto un grandissimo successo e le sue presentazioni in giro per la regione, facevano scalpore per la purezza delle parole narrate.
A me non è mai piaciuto più di tanto scrivere, perché penso che bisogna essere dannatamente bravi per poter riempire un foglio di carta con lettere e parole.
Ci vuole un’immensa fantasia e un cuore purissimo, secondo me.
A me manca solo la fantasia suppongo.
Ecco finalmente tornare papà, ha in braccio Rufus che non la finisce di scodinzolare.
Gli apriamo la porta dato che ha due sacchetti nelle mani e non potrebbe aprirla da solo.
“Papà ma cosa hai comprato? Sei pienissimo!”, gli dico prendendo un sacchetto da una mano.
“eh eh vedrete, vedrete”, si limita a rispondere lui.
Riccardo intanto ha preso Rufus e comincia a giocarci.
Ha sei anni Rufus, è un carlino bianco pezzato e lo abbiamo preso quando ci siamo trasferiti definitivamente nella Casa sul retro.
Il nonno era entusiasta di potere avere oltre a noi, all’orto e alle sue faccende casalinghe, anche qualcuno con cui giocare ogni tanto. Rufus gli sgattaiolava in ogni stanza e lui lo rincorreva imprecando, ma divertito come un bambino piccolo.
Mentre aspettiamo che arrivino gli altri nonni, i genitori di mamma e gli zii, io e papà addobbiamo l’albero e facciamo il presepe. Ecco cosa aveva nelle buste, papà ha portato del muschio vero!
Sono eccitata e comincio a lavorare con grande passione, per mettere su il più bel presepe del quartiere. All’albero pensano papà e Richy.
Prendo le statuine dal sacchetto e comincio ad allinearle aspettando di sistemarle.
Prendo la capanna, le stalle, i recinti e tutto il resto e lo piazzo.
Poi sistemo il muschio con delicatezza, c’è anche una piccola cascata che se accesa fa uscire dell’ acqua vera!
Lo finisco in pochi minuti, poi guardo bene com’è sistemato ma mi pare di scorgere un vuoto nell’insieme.
Mancano due personaggi.
Dove saranno andati a finire?
Chiedo a papà ma non lo sa, così inizio a cercare bene in giro.
Non li trovo, sono infelice.
Arrivano i parenti, arrivano i nonni. Ma sono triste e se ne accorgono.
Mi dicono che appena fatto pranzo, mi aiuteranno a cercare i due personaggi che servono per completare il mio bellissimo presepe.
Torno a sorridere e iniziamo a mangiare.
Intanto fuori ha smesso di nevicare e un tenue raggio di sole, prova a fare capolino dalle nuvole, filtra dalla finestra della sala e s’incunea in mezzo al nostro tavolo.
Lo facciamo passare come fosse un altro invitato e ci fa compagnia.
Finiamo di mangiare e dico a tutti di aiutarmi a trovare quei due personaggi al più presto, il presepe così è incompleto!
Cerchiamo dappertutto nel salone, ma non troviamo nulla. Guardiamo nelle scatole, negli armadi, sotto i divani, non c’è. Eppure papà era sicuro di aver preso tutto dalla vecchia casa, presepe completo incluso, gli sembra strano ma i pezzi non si trovano.
Riccardo allora inizia a cercare nella stanza dello zio e io vado in quella del nonno.
Due persone che hanno lasciato un segno indelebile in tutta la famiglia, forse possono darci una mano.
Mentre inizio a cercare nei cassetti del nonno, la cui stanza come quella dello zio è rimasta immacolata e con tutta la roba al suo posto, Riccardo tira un urlo di gioia dall’altra stanza.
“Eccolo l’ho trovato!”, dice.
Mi fiondo e lo raggiungo.
Dall’altro dei suoi dieci anni, con i denti davanti che creano squilibrio sulla sua faccia e quelle lentiggini così appariscenti, è la felicità in persona.
Ha in mano un cantastorie, con un libro aperto davanti a sé intento a leggere. A guardarlo bene, sembra proprio lo zio. Che strano, penso.
Vabbè, uno in meno.
Torno nella camera del nonno e continuo la ricerca speranzosa.
Non trovo nulla. Torno a rabbuiarmi, un presepe incompleto spezza anche il clima che si crea tutt’intorno al Natale.
Poi d’improvviso mi si illuminano gli occhi.
Su una mensola sopra la scrivania che il nonno usava per i suoi lavoretti manuali col legno, un’altra delle cose che sapeva fare con estrema maestria, fa capolino il bastone di un pastore.
Scanso un piccolo bicchiere di legno che si trova davanti e lo prendo. Si è proprio un pastore del presepe!
Non lo osservo con grande attenzione ma corro in sala festante e urlo di gioia. Tutti mi guardano sorridendo. Sembra un sorriso compiaciuto il loro ma non ci faccio molto caso. Arrivo al presepe e lì dove c’è un vuoto, lo riempio con quel pastorello.
Ora finalmente ho davanti agli occhi il presepe completo.

Ed è in quell’istante che mi accorgo di ciò che finora mi era sfuggito. Ogni personaggio ha un’incredibile somiglianza con un membro della nostra famiglia.
Anche il bambinello nella culla somiglia a qualcuno, a Riccardo da piccolino!
I re magi sembrano i nonni, Giuseppe e Maria, mia mamma e mio padre. E il cantastorie è lo zio, non ci sono dubbi!
Mentre una graziosa pastorella piegata su una pecora, sono io, riconosco gli occhi blu come il cielo e la mia capigliatura arruffata.
Com’è possibile?
Sono esterrefatta, nonostante ormai abbia quattordici anni e non sia più una bambina piccola, ma quella cosa sfugge alla mia comprensione.
E’ allora mio padre a prendere l’iniziativa.
“Cara Giulia, non riconosci il tocco del vero artista di famiglia? Questo presepe lo ha fatto tuo nonno qualche giorno prima di ammalarsi, lo stava costruendo da anni e finalmente lo aveva completato. Lo ha fatto proprio per la Casa sul Retro. Come ultimo regalo a noi, la sua famiglia.
Osserva quel pastore che hai trovato…non è forse il nonno?”
Si era vero, non c’erano più dubbi ormai. Il nonno aveva costruito un presepe di famiglia solo per noi, e ci aveva disegnati con estrema maestria.
Era il suo ultimo regalo.
Quel presepe non lo abbiamo più smontato, è rimasto acceso in ogni singolo giorno dell’anno, anche d’estate, con l’acqua che andava giù dalla cascata e quei personaggi che ci guardavano sorridenti.
La casa sul retro era viva più che mai.
Di M.S
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Le nove intelligenze multiple di Gardner | Scienze NotizieIo voto il partito dell’Intelligenza. Esiste.
Tempo di elezioni, tempo di riflessioni.

Sono giorni concitati nel nostro paese, lo sono per la verità, ogniqualvolta si deve andare al voto.
Accade spesso dite? Si è vero, purtroppo o per fortuna.
Certo è che queste prossime elezioni del 4 marzo segneranno comunque vadano, un solco profondo e un’ennesima spaccatura per la nostra bella nazione.

Ma non voglio certo annoiarvi con tesi politiche o congetture varie, no qui voglio lanciare una provocazione: fondiamo il partito dell’intelligenza? Attenzione non fondo, ma fondiamo, perché non sono certo di poterne far parte ma sono abbastanza sicuro, che potrei esserne un buon elettore.
Abbiamo infatti a mio avviso bisogno, di ripristinare le sfere cognitive del nostro cervello e ridare fiato a quelle oniriche. Brutti fatti hanno colpito da vicino le nostre belle e tranquille( si lo sono ancora) Marche. Accadimenti che ci hanno fatto balzare all’ordine delle cronache tra l’ignoranza più totale di molti nel sapere dove fossero ubicate Pollenza o Macerata. Un po come per Fermo un anno e mezzo fa, nella vicenda Emmanuel e Amedeo.
Una regione al plurale che di colpo, diventa virale e non per cose positive, tutt’altro. Sui fatti specifici non voglio nemmeno entrare, dato che chiunque saprà di cosa si parla, ma voglio portarvi a riflettere su cosa a mio avviso c’è di sbagliato in tutto quello che sta avvenendo e dei rischi a cui andiamo incontro. Ho ascoltato chi si candida a guidarci, proporre maggiori spese militari, investimenti in polizia,carabinieri, esercito, ronde e quant’altro e solo all’ultimo mi è parso di captare nell’aria la parola “educazione”.
Sant’iddio, apriti cielo!
I social sulla vicenda di Pamela e Luca Traini, sono stati i veri protagonisti come consuetudine oggigiorno. Sono diventati il deus ex machina dell’informazione con articoli, contro articoli, post, commenti, insulti e sparate. Pochi hanno inserito nei propri articoli quellla parola che ho virgolettato sopra.
Mentre tra la gente comune c’è chi si è fatto portatore della pace, chi si è ufficialmente schierato con il ragazzo di Tolentino e chi ne ha preso le distanze. Chi parla di “razzismo e fascismo”, chi di un’”esagitato” e basta. C’è pure chi gli darebbe una medaglia e c’è chi difende anche i tre ragazzi nigeriani. Fatto sta che nel leggere alcuni commenti, ho notato un’odio e un’aggressività che fanno paura, tanta paura.
Scusate ma allora dove abbiamo sbagliato e cosa ci siamo persi? Ci siamo persi le persone. Già le persone, i ragazzi, i bambini.
Pamela aveva i suoi problemi da cui non è riuscita ad uscire, problemi più grandi di lei ed ha trovato sul suo tragitto chi poteva aiutarla e non l’ha fatto e addirittura chi l’ha barbaramente uccisa ed ha abusato del suo corpo. Ci siamo persi i genitori della ragazza, che non hanno più una figlia spedita in una comunità per tornare a sognare coi suoi 18 anni. Ci siamo persi le famiglie dei ragazzi di colore aggrediti da Traini un sabato mattina nella centralissima Macerata. Ci siamo persi noi stessi.
Educazione alla didattica. Studiare le azioni, osservarle e farne degli esempi.
Insegnare la diversità, l’interculturalità tra razze, globalizzarsi e non perdersi in facili trappole che ogni giorni si presentano. Le sfide che attendono il nostro paese e la società nel suo complesso, sono difficilissime e taglienti, si rischiano ferite profondissime. Bisogna farsi trovare pronti, bisogna recuperare la nostra intelligenza, la nostra razionalità nell’osservare le situazioni con quello che la nostra mente ci suggerisce, non con quella che ci viene imposta dagli altri. Dobbiamo farlo per noi stessi, ma soprattutto per quelli che verranno dopo di noi, perché imparino a convivere nel rispetto.
Perché che siano buone o siano cattive, sempre di persone come noi stiamo parlando, magari diverse si, ma pur sempre essere umani.
di M.S
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ConCappello Associazione Culturale
Il mare, un vecchio e il suo cappello di Marco Squarcia
Antonio non aveva ancora mai visto il mare. Eppure dal suo paese, non distava che pochi
chilometri. Eppure non gli piaceva, gli era ostile.
“Tutto quel blu infinito, mi fa paura”, diceva sempre a chi lo importunava sull’argomento. Tutti
ormai erano a conoscenza di quella buffa storia ad Amandola, paesino nell’entroterra fermano, tra i
Sibillini e il mare per l’appunto. Se ne stava alla veneranda età di novantatré anni, sulla sua sedia a
rotelle, fuori dal terrazzo a fissare le montagne. Sulla testa aveva sempre il suo cappello di paglia
che non toglieva mai e poi mai. Sua moglie Elvira lo spronava spessissimo, senza ottenere i risultati
sperati.
“Ma amore, togliti quel coso e lascia che te lo lavi almeno una volta e poi guarda lo tieni così
abbassato, che nemmeno vedi oltre le tue scarpe.”
Mai, rispondeva lui. Era irremovibile. I suoi compaesani lo trattavano un po’ da saggio, un po’ da
sciocco del villaggio, con quel cappello di paglia sempre in testa, nemmeno fosse lui stesso un
cappello.
Era un contadino in realtà, lo aveva fatto fin da piccino rispettando la tradizione di famiglia, che da
generazioni in generazioni, si passavano le attività dell’azienda agricola.
Anni e anni, mesi e mesi, giorni e giorni, ore e ore, passate a sgobbare su quei terreni a volte
generosi, altre volte infimi. Poche volte era uscito dal paese e dai confini, e in tutte quelle lo aveva
sempre fatto in direzione avversa al mare. La moglie e i parenti non capivano perché ce l’avesse
tanto con quel blu. Nessuno lo capiva, tranne lo stesso Antonio.
“Il mare mi ha strappato l’anima”, diceva ogni tanto. Solo questo, nulla più.
Elvira non capiva, forse il suo bel maritino stava impazzendo, o forse lo era già da un pezzo.
Antonio negli ultimi anni aveva avuto parecchi problemi di salute, tant’è che tra ischemie e ricoveri,
era stato costretto a non fare quasi più nulla, appollaiato su quella sedia a rotelle maledetta. La sua
mente però ancora reggeva bene, così come il suo cuore che gli ricordava tanti eventi passati, ora
che aveva il tempo di farli scorrere come una pellicola cinematografica. Fu così che una mattina
estiva molto calda, vide passare davanti al marciapiede che si trova vicino alla loro casa, un signore
anziano e una bambina piccola. Questa aveva indosso un cappello di paglia e se lo toccava ad ogni
passo, sorrideva. L’uomo che doveva sicuramente essere il nonno, le rispondeva con ampi cenni
d’assenso.
Ad Antonio vedendo quella scena, cominciarono ad uscire piccole lacrime dagli occhietti stanchi,
che prontamente asciugò con un fazzoletto. Non voleva assolutamente essere visto, orgoglioso
com’era. Da qualche giorno gli capitava così, si metteva lì davanti alla sua solita finestra e
piangeva. Quella coppia gli aveva rimembrato qualcosa che lo feriva.
Quando andava a dormire, alzandosi e rimettendosi sul letto, per qualche secondo appoggiava il suo
amico di paglia sopra al letto, ma lo controllava a vista. Quella vipera della moglie, non voleva
scapparsi via l’occasione di poterglielo lavare, ma lui non lo avrebbe permesso per nulla al mondo.
Vedendo che Elvira comunque non mollava, cominciò a mettersi il cappello con sé nel letto per
dormire. Una scelta bislacca ma sicuramente funzionale all’obiettivo.
Neanche i nipotini riuscivano a farlo desistere da quella sa sfida, perché ormai a tutti sembrava
essere diventata il capriccio di un vecchio che torna bambino e rovescia i suoi anni anagrafici.
Finché una domenica, precisamente il 3 giugno, inaspettatamente mentre era a pranzo con tutta la
sua famiglia riunita, disse la frase che fermò per qualche secondo il tempo: voglio vedere il mare.
Lo aveva detto con lo sguardo un po’ basso sul suo piatto di fregnacce calde; non aveva guardato
nessuno ma in un attimo tutti gli occhi presenti, gli furono addosso.
“Scherzi tesoro?”, disse la moglie incredula.
“no”, rispose deciso Antonio. Era sicuro.
Finirono di mangiare più veloci del solito e soprattutto più silenziosi del solito. Antonio parlò poco,
diciamo solo lo stretto necessario e resto sempre pensieroso, anche quando bevve il suo amato
caffè. Si distrasse solo quando, aperta una finestra per far cambiare aria dato il grande caldo, il
cappello gli volò via e immediatamente si sentì perso. I nipoti si prodigarono per riprenderlo e
rimetterlo al suo posto, lassù da dove poteva dominare ogni sguardo e movimento.
A quel punto uscirono di casa e si diressero al mare, Antonio compreso con la sua sedia a rotelle.
Una volta giunti dinanzi alla spiaggia, chiesero al nonno se fosse davvero sicuro di fare ciò che
aveva detto e lui rispose lapidario:
“Si, sono sicurissimo, ma avrei una richiesta da farvi. Portatemi fino alla riva con la sedia, poi
ritornate tutti qui e non guardatemi. Vorrei solo questo. Restare solo, col mare e il mio cappello.”
I parenti si guardarono un po’ perplessi, ma dissero che andava bene. Così si addentrarono in
spiaggia, col mare quel giorno agitato e il tempo non proprio bellissimo come lo era prima. La
spiaggia non era affollata, anzi vi erano solo un paio di coppiette intente a baciarsi tra gli
asciugamani stesi a terra. Antonio rimase solo.
Passò qualche minuto, una decina e Elvira non poteva resistere, doveva controllare cosa stesse
facendo il marito, così si affacciò. Qualcosa la mise in allarme, si agitò, anche se la sedia a rotella
era al suo posto, il senso le diceva che non tutto quadrava. Quando tutti giunsero sulla spiaggia,
videro la sedia a rotelle di Antonio e il suo magico cappello……appoggiato su di essa. Di lui
nessuna traccia. Se n’era andato dentro al mare e li aveva deciso di morire, in quel blu infinito.
Sotto all’amato amico di paglia, aveva lasciato però un foglio:
“Poche righe per spiegarvi una storia triste ma intensa, che nessuno conosce e che era un piccolo
segreto, che ho deciso di condividere con voi e con nessun altro. Il cappello che ho sempre
indossato, non privandomene mai, non è il mio. Appartiene ad Alberto, il miglior amico che potessi
avere, scomparso quando ero ancora adolescente, risucchiato dal mare in burrasca. Era un pescatore
come il padre, ma quel tremendo pomeriggio la sua vita si spense, lasciando in ricordo il cappello
che indossava con estrema fierezza. Ecco perché non ho mai voluto togliermelo e ora sapete anche
del mio rifiuto verso questo blu, in cui ora mi immergo.”
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OH CHE BEL CASTELLO MARCONDIRONDIRONDELLO
OH CHE BEL CASTELLO MARCONDIRONDIRONDA’

Entrava allegra questa musica nella tua cameretta, mentre mi accingevo a lasciarti questo scritto particolare, proprio sul cuscino affianco al tuo viso.
Ehi Marco,
sono io, Marco.
Come stai, che dici, che fai?
L’hai già cantata questa canzone a scuola di musica, l’hai già suonata soprattutto. O meglio non ancora, ma sappi che lo farai molto presto. È facile, le note sono solo cinque da Do a Sol. Scriverai tutto su dei cartoncini che userai per ricordarlo. Il maestro Florindo t’insegnerà e tu rimarrai sorpreso da quanto la musica possa essere un’incredibile invenzione. Come lo so’? È un segreto che ti chiedo di mantenere e non dire a nessuno: so’ quali scelte farai in futuro.
No non sono un mago, semplicemente la persona che ti conosce meglio di tutte, ma che tu hai ascoltato poche volte. Troppe poche.
Hai capito ora?
Sono quello che a sette anni quando alle elementari di Casa Tasso farete il gioco della bottiglia, e tu capiterai con una bambina e avrai paura pure solo a sfiorarla perché per te le femmine sono un essere distante anni luce da te, sarà lì ad osservare un tuo primo piccolo inciampo. Ti servirà per crescere ma non per imparare, stando a come sarà il tuo rapporto col gentil sesso successivamente. Oppure quello che a dieci anni, quando il tuo compagno di classe Marco, ti tormenterà dandoti fastidio a lezione, fuori scuola e pure a calcio, sarà lì vicino a spronarti di ribellarti, di non farti maltrattare! Ma tu sarai troppo buono per darmi retta e purtroppo o per fortuna, lo sei restato per sempre. Oppure ancora, sarò quello che nonostante musica e calcio che ti piacciono tanto, ti suggerirò di non scegliere la ragioneria solo per comodità e vicinanza, ma di andare a Fermo a fare le superiori. E tu no, continuerai a dar retta a mamma e papà e cercare di portare avanti innumerevoli cose insieme, provando a essere ciò che vorresti diventare. Ma ora lo sei diventato? A questa domanda non potrò risponderti e mai nessuno potrà farlo. Posso però darti ancora qualche dritta e qualche aneddoto, da un tempo lontano e frenetico.
Ti accingi a compiere trent’anni, sono tanti, sono pochi, non so’ dirlo. Però sento che qualcosa di pesante mi assale, come sempre, ho l’ansia, il tempo stringe. Stringe per cosa? Stringe per chi?
Mi giro intorno, osservo, ascolto gli altri e mi quieto. Tu Marco costruisci, condividi, crei, molti si bastano da soli, tu basti agli altri e questo ti deve da solo far crescere sereno.
La domanda che però dovresti farmi, e che mi farai, è cosa ci faccio qui?
Sono venuto per analizzarti, visionarti e scansionarti. Sei degno di condurre la vita che ti sei proposto? Lo farai col sorriso? Ti anticipo, non sarai sempre contento delle scelte che prenderai. Spesso finirai per piangere da solo, come un bambino. La cosa però ti piacerà molto, perché tu in fondo sei sempre un bambino. Dovremmo restarlo tutti un po’. Odierai anche sai qualche giornata, qualche episodio che la vita ti metterà davanti e che dovrai affrontare, combattendo la tua indole orgogliosa e forte, che nasconde però un’anima gentile e sensibile. La tirerai fuori quest’anima, al momento giusto e per le persone giuste. Se posso darti un consiglio fin da subito, apprezza ciò che ti circonda e chi ti circonda, falli sempre sentire importanti e non dare le cose per scontate: non lo sono mai, figurati le persone.
Una cosa che ti renderà orgoglioso, sarà il voler tentare di fare ciò che ti piace fino in fondo, capirai tardi la tua strada, se mai la capirai davvero, ma almeno non vivrai col pensiero di restare chiuso dentro una scatola senza un filo d’aria all’interno. Alcune esperienze ti segneranno ed altre, ti faranno maturare.
Quando andrai all’università, ed anche qui non posso che metterti in allarme dall’ascoltare il tuo cuore e seguire lui, piuttosto che i richiami di un lavoro che è solo finzione e poco altro, ci sarà una notte che nonostante sia stata una delle più brutte, ti farà apprezzare te stesso più di altro e soprattutto, chi ti è vicino e ti vuole bene.
Piangerai ininterrottamente mentre ti diranno:
“Piangi, piani, perché tu sei un fiore che deve ancora sbocciare e quando lo farà, darà alla luce dei petali bellissimi, devi solo capirlo.”
Alcuni anni dopo invece, quando sarai a vivere da solo e indipendente, tra le tante attività in cui ti cimenterai, approfondirai anche alcune belle sensazioni incontrando persone di ogni tipo, che ti ribadiranno di credere di più in ciò che sei e sarai.
Probabilmente però alcuni errori li ricommetteresti nonostante io te li dovessi mostrare come ora sto facendo, perché non si può cambiare una persona da cima a fondo, si è come si è. Quindi farò così: qualcosa te lo terrò nascosto non me né volere, è per il tuo semplice e puro bene. In fondo io e te siamo la stessa persona, solo che ho visto come evolverà la tua vita.
Mi chiusi la porta alle spalle ed attesi il tuo risveglio, Marco.
Mentre uscivo frastornato da tanto narrare, ricordare, suggerire, ad accompagnarmi c’era sempre lei: OH CHE BEL CASTELLO MARCONDIRONDIRONDELLO
OH CHE BEL CASTELLO MARCONDIRONDIRONDA’.
Forse è meglio che tu dorma accompagnato da questa semplice melodia, la lettera che ti recapiteranno, magari non è adatta ad un bambino.

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Occhi velati

Di questo paesino incantato mi sono innamorato. L ho visto, cercato, ci ho parlato, lui mi ha guardato avvilito e mi ha detto: ce l ho ancora il cuore io? Ho fatto due passi indietro spaventato, che dolore. Me lo ricordavo forte e duro come il marmo, un uomo alto tanto da toccare il cielo. E ora? Cosa mi chiedi? Attendo in silenzio, poi mi avvicino e lo abbraccio forte quasi a fargli male. Il suo sorriso, il regalo più bello.
Di M.s
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La mia vocePerché a lei piace la voce profonda - Staibene.it

Sono stanco, indolenzito.
Capto sensazioni che non riconosco, non sono le mie.
Il vuoto, ecco cosa mi turba.
Non parlo, respiro a fatica.
Stelle, tante, alte, colorate.
Rimbomba la stanza, ma nessuno c’è.
Sono solo con me stesso, non mi accorgo di piangere ,
un fiume si crea ai miei fianchi.
Cerco una zattera, una luce, una salvezza.
Non c’è, non la vedo. Provo a gridare, ma non emetto alcun suono.
Giro la testa, guardo fuori, nevica.
Fiocchi grandi come occhi.
Mi affaccio, due bimbi corrono felici, non hanno pensieri.
“Che belli”.
Mi è tornata la voce, la mia voce.

di M.S
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Il palmo della manoChirologia: la mano sinistra | Chirologia, la mano parla!

Racconti ,aneddoti, ferite rimarginate ed esperienze vissute.
Vedo qualcosa in fondo al braccio, cinque facce diverse ,
cinque pensieri, il vento che soffia.
L’aria si alza.
Osservo quelle strade su quel palmo, ognuna ha un suo significato, ognuno la sua storia.
Sono linee, sono la vita.
di M.S
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IL TEATROTheater Backgrounds - Wallpaper Cave

ECCO SIGNORI,
BENVENUTI A VOI CHE ASPETTATE FUORI. QUANDO QUEL SIPARIO SI APRIRA’, TUTTO ACCADRà.
CI SON ATTORI CHE HAN SGOBBATO, TRA UN LAMENTO, UNA RISATA, UN PIANTO, TANTO HAN SUDATO.
L’ADRENALINA CORRE VELOCE, SEMBRA SCAPPARE COME UNA LEPRE.
DONNE, UOMINI, RAGAZZI E RAGAZZE CI SON PERSONE DI TUTTE LE RAZZE, PERDONATE UNA PICCOLA IMPRECISIONE, MA SAPETE L’EMOZIONE.
LA TRAMA SCORRE, LA VOCE VOLA, IL TEMPO PASSA E NON PERDONA.
IL SUDORE COLA SULLA FRONTE, LE BATTUTE SONO PRONTE. LE TENDE SI STANNO APRENDO, LO SPETTACOLO VI STA ASPETTANDO.

di M.s
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Un sabato

Alla fine qui mi ritrovo,

vecchio mio, amico mio.

E’ passato qualche giorno, che non ti ho salutato.

Non ti offendere ma oggi era sabato.

Ho vagato per la strada, non da solo ma in bella compagnia.

Qualche ora o poco più, ma spontanee, disattente, pure.

C’era il volto della spensieratezza ad accompagnare,

con le note di una chitarra, il sottofondo.

Fosse una parola, un abbraccio, o uno sguardo , tutto vero nulla inventato.

Come chiudere al meglio sennon riabbracciandoti a te che l’acqua ti appartiene.

Questa luna che sopra ti protegge, mi assomiglia ad una madre premurosa.

Ora è tardi, vado via ma tornerò.

Ieri in fondo, era solo un sabato.
di M.s
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Fuggire

Scappai da quell’ignota sicurezza,

passai davanti a quel momento,

cosi come passa il vento.

Mi misi a correre e poi mi fermai,

di botto,senza avvisare;

senza avvisarmi.

Ero arrivato là dove volevo arrivare.

Lei mi attendeva,

vestito bianco perla, occhi castagna, capelli raccolti,

leggermente bagnati dalla brezza del mare.

Ci guardammo e poi insieme,

ci avviammo verso quel blu cosi invitante….

fuggimmo senza pensare, senza pensarci.

Fuggimmo e basta,
inghiottiti nella nostra libertà.
di M.S
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Schiavi

Per l’uomo il tempo è tutto,

per l’uomo il tempo è vita,

per l’uomo il tempo è essenza.

Vivere da schiavi, incatenati nel suo manto velato, forgiato di ore, secondi e minuti.

Uno specchio davanti agli occhi e un’orologio dietro, scandiscono i battiti delle ciglia mentre ti specchi.

Eppure sei sempre tu, con i segni del vissuto, che rimarrà tuo. Tuo e basta.
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Edera

Sale fino al midollo del mondo,

non si cura di guardare a destra e sinistra,

lei sale.

Arriva in cima e guarda in giù.

Quei luoghi le piacciono,

sono familiari e ospitali.

Si attorciglia allora,

intorno a quel corpo,

cullandolo con il suo calore.

Resiste al freddo e al vento,

per portare serenità.

E’ lei, è l’edera.
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Il padrone di casa

Eccolo lì.
Esce dalla porta principale,
laddove c’è attaccato alla porta,
un cartello con su scritto:
affittasi stanza, prezzi modici.
Si mette seduto col suo bastone zincato sotto le mani
e attende paziente.
Passa un ragazzo, chiede e se ne va.
Passa una signora, chiede e se ne va.
Arriva una ragazza, bella, giovane,
sorridente e solare.
Chiede, ma la risposta è sempre la stessa:
no grazie, preferisco stare da solo.
Eccoli lì, è il padrone di casa.

***

Un mondo

E’ fatto come un pallone, –

ma se lo guardi,

gli puoi creare rossore.

Si vergogno di essere nudo,

ha paura d’osservare,

per il rischio di dover sopportare,

l’uomo bestemmiare.

Ha tanti colori e tante ombre,

scappate da un viaggio lontano e profondo,

è lui,

è un mondo.

***

Riccioli

Sentivo quel profumo, era il suo.
Mi si avvicinò, leggiadra.
Sorrideva.
Spensierata.
Mi accarezzò il viso.
Le risposi.
La mia mano sui suoi riccioli.
Odore di bellezza e gioventù.
Ero libero di amarla.

***

Quel canto

Arrabbiato di vita.
Correvo giù per la strada,
incurante del mondo.
Non lo ascoltavo.
Avevo il fuoco dentro,
sangue ribollente.
Rabbia feroce.
Poi quella voce.
Una finestra spalancata e
un suono celestiale.
Mi fermai di colpo.
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L’Essere umano e il ragno

La ragnatela, eccola là.
Vispa, contorta, vegeta.
La costruisce il ragno,
è minuzioso in ogni particolare.
Occhi vicini ma lontani, scrutano.
Ammira tutto quel bagliore d’ingegno.
Si sofferma ad osservare le curve,
le minuscole imperfezioni,
che il ragno attento, corregge.
Poi eccolo li’, quel gesto rapido,
quanto malvagio.
Cattivo.
Il viso s’inasprisce,
le guance si gonfiano,
i capelli si drizzano.
Una mano, anzi,
un dito,
si alza nell’aria.
Vibra sospeso tra eccitazione e angoscia.
Poi è lesto, pronto come uno spadaccino.
E giù di gran lena, taglia,
taglia tutto ciò che trova davanti a sé.
Il ragno è disorientato, osserva la scena
impassibile.
Non si muove, ha paura e rabbia, dentro .
Deve fare qualcosa,fugge.
L’essere umano invece, è contento, compiaciuto
di aver compiuto quel gesto inutile e vigliacco.
Il ragno però è testardo, ricomincia da capo e
costruisce una ragnatela ancora più grande.
L’essere umano invece è soddisfatto,
è un essere umano.
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La comunità delle persone vere

L’aveva invitata il suo amico Luca e non avendo nulla da fare Lucia accettò quella nuova esperienza. Arrivarono ad un incrocio sotto al paese e una salita di strada brecciata indicava: Montepacini. Stavano arrivando in quel posto che per lei era una novità, anche se ne aveva sentito parlare. Per quell’occasione avevano organizzato una piccola festa per i dieci anni dalla nascita e al casolare vicino al campo da calcio sotto una decina di pioppi e pini, una banda si apprestava a suonare vari generi musicali. Il vicino conservatorio di musica era stato invitato ad accompagnare i festeggiamenti e una banda di circa quindici strumenti a fiato erano già pronti per iniziare.
Lucia e Luca si sedettero in alcune sedie preparate per il pubblico ma :lei venne subito attratta da qualcosa, o meglio da qualcuno. La banda intanto iniziò.
Il ragazzo se ne stava seduto su quella panchina di fronte ai monti in silenzio. Lo sguardo fisso dinanzi a sé testimoniava la sua serietà, mentre le braccia lungo i fianchi la sua libertà. °Non sembrava attratto minimamente dalla musica dell’ensamble di sax che affianco suonavano ormai da qualche minuto. I ragazzi del conservatorio avevano già proposto Violentango di Piazzolla e poi Ballade di Molinelli. Lui però era impassibile in compagnia di sé stesso e dei suoi pensieri. Il sole tramontava e lui era lì a guardarne la lenta dipartita dietro le montagne. Poteva rimanere lì all’infinito, per sempre o per pochi secondi ancora. Nessuno lo sa, perché era la sua piccola occasione di libertà.
Lucia volgeva lo sguardo su di lui e poi sui musicisti, poi girava ancora la testa per scrutare le persone presenti.
Quando la banda presentò un brano in particolare, ecco che Lucia si soffermò su un volto, su una persona.
Era il suo brano preferito quello che aveva ascoltato fin da piccino con immensa passione e ammirazione. Quelle note e quel ritmo lo trasportavano in un mondo diverso, nuovo e personale. Grazie a quel jazz si estraniava, partiva, viaggiava, poi tornava alle sue cose. Ma in quei pochi minuti di durata la vita cambiava svariate volte. La melodia composta da Palmer e Williams negli anni Venti nella grande America, risuonavano con forza nella piccola comunità con quel prato verde ben curato. I musicisti erano concentrati come poche altre volte e lui era seduto proprio qualche fila dinanzi a loro. Il maestro lo aveva anche salutato prima di guidare i suoi ragazzi all’esecuzione, bollandolo come una mente eccelsa e un personaggio dal talento infinito. Quello che sorprese Lucia più di tutto, non fu tanto il cenno d’assenso che il ragazzo proferì quando il maestro finì gli encomi, piuttosto l’atteggiamento durante l’esecuzione del brano. Daniele, questo il suo nome, non si mosse dalla posizione assunta; Seduto a novanta gradi con le braccia protese in avanti e appoggiate ai suoi quadricipiti. Lo sguardo fisso come il marmo sulla banda e una faccia assente. Per gli altri, per Lucia era assente. In realtà Daniele stava viaggiando e probabilmente era uno di quei viaggi che ti lasciano senza parole. La fronte che ormai ospitava pochi capelli, delineava una persona intelligente ma umile fino all’estremo. Una camicia a scacchi e un abbigliamento casual, lo facevano apparire una persona normale e comune. Nulla di eccentrico, nulla di fuori dagli schemi. Solo quell’atteggiamento lo era. Per gli altri. Per Lucia.
Quando la banda terminò e gli applausi arrivarono a propulsione, Daniele si ridestò dal suo viaggio. Era tornato e accennò un sorriso lieve ma percettibile. Lucia lo aveva osservato per tutto il tempo con ammirazione.
Non lo conosceva ma lo ammirava. Voleva sapere dov’era stato durante quei minuti di apparente assenza. Applaudì con decisione ma sempre in modo estremamente composto. Per tutto il brano non si girò mai da nessuna parte ma mantenne il suo sguardo fisso sugli esecutori, italiani, cinesi, sudamericani. C’era un bel mix di bravura ed eccentricità quella sera nella comunità. L’aria che si respirava era speciale.
Lucia venne ridestata dal suo amico Luca che la colpì con un braccio su un gomito:
“Ei tutto bene? Sembri distratta. Non ti piace la musica forse?”
“Nono ma cosa dici, è stupenda. Sto solo osservando questo micromondo che non conoscevo,” rispose Lucia con tono deciso.
Luca aveva notata quegli occhi che l’amica non aveva mai mostrato fino ad ora e non aggiunse altro. La banda intanto si apprestava ad eseguire un ultimo brano, anche se già sapevano che sarebbero loro stati richiesti dei bis. Il pubblico presente, si e no una sessantina di persone, era coinvolto ed entusiasta.
Ogni tanto un ragazzo col viso giovane ed angelico, probabilmente autistico, urlava ed applaudiva rumorosamente. Un operatore ogni volta lo zittiva ma lui non poteva essere interrotto, era il suo coinvolgimento emotivo e lo stava solo dimostrando. Lucia avrebbe voluto dirlo a quell’uomo che forse non aveva capito chi aveva affianco, ma non poteva permettersi nessun passo e nessuna mossa. Non era la sua vita, non era il suo spazio d’azione.
D’improvviso poi un’altra distrazione la colpì, visto che finora non ci aveva fatto caso ma su una panca a pochi metri da lei, sedevano cinque-sei persone. Tra queste una signora e un ragazzo i prima fila.
La signora sulla cinquantina indossava un vistoso maglione giallo e un paio di occhiali appoggiati sopra la testa. Occhiali da sole, era Giugno. Il figlio disabile la chiamava sulla sedia affianco “Mamma, mamma mamma”. Lei non lo guardava nemmeno, apriva la sua mano e gli dava una moneta da pochi centesimi di euro. Lui ci giocava pochi secondi e gliela restituiva. La signora era la mamma senza ombra di dubbio, ma Lucia non lo capì perché il ragazzo l’appellava a quel modo no, bensì per la somiglianza tra i due. Lui avrà avuto venticinque anni e probabilmente era nato con dei sei seri problemi. Lei se l’era caricato sulle spalle e ora si ritrovava tutto il peso di anni e anni passati. Ad un certo punto lui le prese la mano, ma lei la rifiutò.
Lucia aveva nel tempo sviluppato una certa propensione nel capire la psicologia della gente dato il suo lavoro di psico-terapeuta, ma quella mossa la spiazzò.
Era la mamma non certo una sconosciuta.
Il volto del ragazzo infatti, mutò improvvisamente. La mamma non fece una mossa mantenendo uno sguardo fiero e allo stesso tempo serio.
Si vergognava di suo figlio, questo sembrava a Lucia.
Il ragazzo però esitò solo qualche secondo poi riprese a battere le mani e andare al ritmo della banda che intanto aveva iniziato un lento blues.

Poi quando il concerto finì e tutti si avviarono verso l’aperitivo preparato e verso i musicisti, Lucia voleva conoscere Daniele. Lo cercò tra la folla ma non lo vide. Poi finalmente l’occhio si fece vispo e lo vide lontano verso la strada, verso l’uscita. Se ne stava andando col suo passo lento e pacato, ripartiva per un nuovo viaggio?
Avrebbe voluto correre per raggiungerlo ma forse non era il caso, forse lui sapeva dove doveva andare e nessuno poteva interromperlo.
Si ricordò allora del ragazzo sulla panchina e dicendo a Luca di andare avanti che poi l’avrebbe raggiunto, si girò.
Nemmeno il ragazzo però c’era più. Lo cercò affannosamente tra i presenti, girò tra gli alberi, guardò sotto la scarpata dove c’era un grande orto, chiese in giro ma nessuno sapeva dove fosse. Scoprì che si chiamava Ennio ed era un ospite della comunità. Aveva subito nella vita diversi traumi tra cui la perdita della moglie e della figlia dopo un tentativo di furto in casa quando lui era assente. Da quel momento non aveva più parlato con nessuno e si era chiuso in sé stesso in maniera profonda. Ogni tanto capitava che si estraniasse dalla confusione e se ne andasse magari in qualche campo lì vicino solo con sé stesso, le dissero un paio di operatrici. Voleva cercarlo, voleva parlarci ma capì anche in quel caso, che probabilmente Ennio solo avrebbe saputo quando farsi vedere e quando ricominciare a parlare.
Non disperò Lucia e si mise alla ricerca dell’ultima coppia che l’aveva incuriosita, la mamma col bambino. Li trovò vicino al maestro di sax che aveva diretto i ragazzi. La mamma stava con lui parlottando e…teneva il figlio per mano che gli era vicino docile e sereno. Non aveva ripreso a urlare come prima, ne aveva detto frasi strane. La mano della mamma era l’ancora di salvezza che lo rassicurava e lo faceva sentire protetto. Quella donna non si vergognava di suo figlio ma voleva proteggerlo, semplicemente.
Lucia si accorse allora che quel micromondo non voleva essere disturbato, ma aveva dei suoi equilibri in cui ognuno trovava il suo posto designato. Erano persone vere in fondo. Era una comunità di persone vere e nessuno poteva disturbarla.
di M.S
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