Quel tavolo di ciliegio

Parte seconda…

 

Tra i tanti mestieri se ne sviluppò uno che si potrebbe definire fortunato, l’ebanista, o lavoratore del legno che dir si voglia. Era un lavoro difficile, di precisione ma di altissima qualità. Amandola era un punto di grande rilievo per questo tipo di attività. Già dal Medioevo, c’era chi si era guadagnato da vivere con questo mestiere. D’altronde la neve che cadeva spesso fitta fitta, impediva molte attività e cosi per vincere la noia, s’intagliavano ceppi di noce o si fabbricavano tanti oggetti utili. Ci furono maestri d’ascia d’eccezione nel nostro paese e in tutto il territorio del parco, già dagli anni ‘500-‘600. Ricordo con devozione e qualche lacrima, quando anche noi giovani “scultori del legno”, andavamo per le case a farci conoscere e apprezzare, facendoci pagare i lavori poche lire, giusto per iniziare. Il ricordo che ancora oggi mi è rimasto più impresso e che non smetto mai di raccontare e raccontarmi, fu quando entrammo nella casa di una signora che abitava sola, in una frazione di Montefortino, isolata dal resto del mondo, tra i boschi del nostro Parco. Eravamo giovani e per farci conoscere, passavamo da ogni casa, sperando che la gente avesse bisogno di qualche nostra opera. Arrivammo a una casina piccina, con un tetto ricoperto da tante foglie, dovute forse al mancato taglio ormai da diverso tempo, i coppi che in qualche punto s’intravedevano, erano rosso fuoco. L’uscio di casa aveva davanti a sé una piccola scultura a forma di cane, forse era marmo, forse gesso, non si capiva. Ci avvicinammo e notammo che le finestre erano tutte aperte, nonostante non fosse certo estate.  Eravamo in tre: io, Giovanni ed Ezio. Fu Giovanni a dirci che non notava nessuna persiana a quelle finestre, cosi potevamo approfittarne per fabbricarne qualcun’agli inquilini…chissà, pensavamo. In fondo eravamo tre giovanotti che avevamo passato momenti difficili, ma erano tornati nei posti che amavano per farsi una vita e inventarsi un mestiere. Giovanni era più alto di me, aveva la barba folta e gli occhi verdi, era calmo e tranquillo, anche se dopo la guerra, era diventato più cinico e guardingo verso tutti. Ezio invece aveva un carattere sanguigno, andava subito in escandescenza e la vena del collo com’era di uso popolare ricordare, gli si gonfiava subito. Eravamo uniti, questo bastava. Demmo ancora uno sguardo in giro, poi bussammo. Ai primi tre tocchi, nessuno rispose. Cosi Ezio riprovò con più vigore. Al secondo tentativo, la porta si aprì….era già aperta. Un po’ circospetti, entrammo, chiedendo permesso.
La casa si presentava con un lungo corridoio, alla cui fine si ergevano maestose, delle ampie scale che salivano. A destra e sinistra del corridoio, delle stanze. Fummo colpiti dallo spazio che c’era e che da fuori proprio non si notava.
“C’è nessuno?”, provammo a chiedere, ma nessuno ci rispose. La prima stanza si trovava sulla destra ed era un ampio salotto, con due poltrone marroni, dei comodini, un fuoco acceso, dei quadri e tanti tappeti. Segni di vita, ma nessuna persona. Proseguimmo e sulla sinistra, c’era una piccola cucina con lo stretto necessario per muoversi, ma sembrava fatta apposta per una persona sola. Non ci domandammo altro e proseguimmo con le altre due stanze, prima delle scale. Due bagni ben arredati, ma con il solo mobilio idraulico a riempirli. Trovammo tutto molto sospettoso e cominciammo quasi ad avere paura, quando finalmente da sopra le scale, una voce gentile e modesta, ci disse:
“Avanti ragazzi, vi stavo aspettando. Salite pure le scale.”
Ci stava aspettando? Chi ci stava aspettando e come faceva a sapere che saremmo passati? Ci guardammo prima di proseguire e ci dicemmo che la voce sembrava di un’anziana signora, cosi cominciammo a salire quelle scale. In cima vi era un ampio atrio con due sole porte, una a destra e una a sinistra. Quella di destra era aperta, mentre quella di sinistra socchiusa.
“Signora?”, dissi io, “Siamo saliti.”
“Venite pure sono nella stanza di destra, entrate.” Facemmo qualche passo e ci affacciammo nella stanza. La signora era dentro il letto, con le coperte tirate in alto quasi fino al collo. Aveva i capelli ricci bianchi, e una faccia cosparsa di rughe, che non poteva trarre in errore: quella signora di anni ne aveva molti. La stanza non aveva altro oltre al letto e ai soliti tappeti, cosparsi per la casa, era spoglia come non mai. Ci fece entrare e con nostro stupore, ci ripete’ che ci stava aspettando da giorni.
Sapeva che saremmo tornati vivi dalla guerra e sapeva anche che avremmo fatto gli ebanisti.
Chiedemmo il perché, ma non ci rispose subito, attese che facessimo qualche altra domanda. Cosi quando Ezio chiese che fine avevano fatto le persiane e tutti i mobili, lei ci disse che non li aveva più, perché dovevamo farglieli noi. Ci incaricò di fare per lei, tutti i tavoli, le sedie, le madie, i letti che volevamo e come volevamo. Ci avrebbe poi ricompensato come dovuto. Un po’ frastornati da quell’incontro ma felici, uscimmo chiudendo la porta come dalla signora richiesto e anche se la curiosità ci portava a guardare a quella porta di fronte socchiusa, rinunciammo con educazione alla sua apertura. Tornammo qualche giorno dopo, con i nostri carretti pieni delle nostre opere di legno, per la gentile signora, che aveva detto di chiamarsi Sibilla. Quando arrivammo c’era qualcosa che già non andava, perché le finestre erano chiuse e la porta chiusa, ma la casa sembrava vuota, immersa in quella natura selvaggia, di pini, abeti, querce e bosco fitto. Bussammo e ancora come la volta scorsa, nessuna risposta. D’improvviso però la porta si spalancò. Un profumo di legno vivo ci invase le narici. Lo riconoscevamo, era ciliegio puro dei nostri monti! Pervasi da quella sensazione, seguimmo l’odore fino fin sopra le scale, senza guardare che intorno, le stanze prima vive, ora erano completamente vuote e silenziose. Eravamo di nuovo lì, a destra la porta della camera della signora e a sinistra, la porta l’altra volta socchiusa. Stavolta però era al contrario, la sinistra aperta e la destra chiusa. Ci affacciamo alla sinistra e notammo al centro un tavolo, dal quale arrivava ancora più forte quell’odore di ciliegio. Ezio bussò alla porta di destra, chiusa, ma non ricevendo risposta entrò. Lo vedemmo rimanere di stucco e non avanzare, cosi lo spronammo, ma capimmo che c’era qualcosa che lo aveva impressionato. Un cervo imponente lo fissava, mentre intorno a sé sembravano vivere tre sedie di legno di castagno riconoscibile per la lucentezza che emanava. A quella visione rimanemmo di sasso anche noi, mentre quel cervo, che solo in un secondo momento ci accorgemmo, essere femmina, prese la via dell’altra stanza, invitandoci a seguirla. La lasciammo passare e arrivati nella stanza di sinistra, rimanemmo ancora una volta pietrificati. Un tavolo. C’era solo un tavolo al centro della stanza, ma notammo subito che non era uno di quelli che si vedevano spesso. Ci avvicinammo gioiosi come dei bambini al primo giorno di mare e cominciammo a toccare quel legno, intrinseco di pregiato ciliegio sibillino, che era una rarità assoluta. Il lavoro era stato fatto in modo perfetto, lo splendore, la robustezza ma allo stesso l’eleganza, di quell’opera, era sublime.download (2)

Fine seconda parte.
di Marco Squarcia

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