Premio Buonarroti, terzo posto sezione Racconti

premio-buonarroti-2016-terzo-postoPremio Buonarroti, sezione Racconti, 3°posto- Seravezza (LU), Novembre 2016;

Che baffi!

Il Signor Perfetti era un uomo di circa cinquant’anni che abitava all’ultimo piano di un palazzo molto alto nel centro di Fermo, cittadina marchigiana. Non si era mai sposato, non aveva figli, non aveva donne. Se qualcuno provava solamente a chiedergli se non fosse ora di metter su famiglia, lui si arrabbiava sempre moltissimo. Una delle risposte più gentili che dava era: “Io dei figli? Ma che siamo matti? Quelli poi sporcano, urlano, piangono sempre, di notte o di giorno per loro fa’ lo stesso. Poi devono essere cambiati, lavati, puliti, non fanno niente da soli; nemmeno a parlare sono buoni! E che diamine. “Eppure se lo si guardava per la prima volta, non dava l’impressione di essere un signore burbero e scontroso, ma tutt’altro, era educata e cortese, qualche volta accennava anche a un sorrisetto sotto quei baffoni neri come la pece. In realtà era solo apparenza, voleva ben figurare, non gli importava nulla della gente. A lui piaceva solo il signor Perfetti di cognome e di fatto. I capelli ormai li aveva persi e ora la sua pelata, unita a quei buffi baffi che amava ritoccare e rimodellare per ore, gli donavano un aspetto strambo. Non era nemmeno tanto alto, anzi, si può benissimo dire che era basso.  Indossava spesso vestiti retrogradi che andavano di moda trenta o quarant’anni prima, ma a lui poco importava. A contornare il tutto, non sempre ma spesso, indossava anche un cappello di cotone pesante, come andavano di moda tra gli ottantenni più che tra i cinquantenni. Nessuno sapeva bene cosa facesse nella vita, non aveva amici e se ne stava sempre per conto suo. I suoi genitori vivevano in un’altra zona della città, ma lui non li andava mai a trovare, né li voleva tra i piedi. Il suo caratteraccio era noto a tutti, ma nonostante questo, aveva un aspetto che stimolava risate e ilarità. La cosa più buffa di tutte, che lo aveva fatto diventare l’osservato speciale del quartiere, erano quei baffoni enormi, che gli scivolano forti e rigogliosi fino quasi all’altezza delle spalle. Due semi cerchi che perfettamente e con tanta cura, avevano la loro forma perfetta e il loro posto prediletto nel suo faccione. Lo avevano soprannominato: “L’uomo dai buffi baffi e dalla camminata strana”. Quella particolarità lo contraddistingueva dalla massa di persone, ma lo rendeva anche poco intenzionato a conversare e fare conoscenze. La storia di quei baffoni, era conosciuta da chiunque, ma i commenti e i dubbi erano sempre gli stessi. “Secondo me non li ha mai tagliati, mai ma proprio mai!”, diceva un signore quando lo vedeva passare davanti al barbiere dove era intento a farsi radere barba e capelli. “Da me non è si è mai fermato, né mi ha mai chiesto di tagliarglieli”, ribatteva il barbiere stesso che lo stava servendo. “Mai visti baffi più strani di quelli, sembrano dei salici piangenti”, commentava un altro signore in attesa del suo turno. Di sicuro per tutta la cittadina, con i suoi circa quarantamila abitanti, non ve ne era un altro e uno solo, che fosse cosi strambo da attirare sempre molta attenzione su di sé. Quel suo carattere poi collimava notevolmente male col suo cognome, che lo faceva apparire come una persona senza difetti. Avrebbe potuto chiamarsi in qualunque modo, che ne sappiamo noi: Occhionero, oppure Alberello, o ancora Mangiaricotta, ma no, il destino aveva voluto che lui nascesse con quel cognome pesantissimo addosso; tutta colpa del padre Antonio. “Non poteva avere un altro cognome mio padre, mannaggia a lui!”, si lamentava a voce alta qualche volta il sig. Perfetti. Non si poteva fallire, non si poteva sbagliare con quel cognome addosso, aveva sempre la pressione di dover essere senza macchia. A causargli però le prese in giro maggiori, erano proprio quei due amichetti che si trovavano sulla sua faccia, più precisamente tra bocca e naso. La loro amicizia risaliva a tempi molto antichi….Fin dai primi giorni di asilo, infatti, passando per le elementari, poi le medie, arrivando alle superiori, dovette sempre subire le prese in giro dei compagni. Il tutto semplicemente perché lui era un tipo preciso e studioso, non mancava mai a una lezione e gli piaceva imparare, ma soprattutto aveva già quei bei baffoni a dargli tormento. Un ormone troppo frettoloso di diventare grande, gli aveva accelerato la crescita e già all’asilo, gli spuntavano leggeri ma percettibili, quei peli neri che lo facevano sembrare più un gatto, piuttosto che un bambino.  Chiaramente non si erano mai visti casi come il suo nell’intero territorio marchigiano, forse nemmeno a livello nazionale. Nonostante la stranezza dell’accaduto, babbo Antonio e mamma Cecilia, tentarono di farlo visitare da ogni esperto possibile in materia, per cercare di rimediare a quella curiosa situazione. I risultati però purtroppo erano concordi: crescita accelerata.  Il guaio era che non potevano tagliarli, o la salute del piccolo Perfetti, poteva peggiorare negli anni e aggravarsi. Per lui guardarsi allo specchio la mattina era sempre molto faticoso, perché vedeva quelle due strisce nere, dargli fastidio ed essere di troppo. Non poteva però farci nulla e doveva così sopportare gli scherzi dei compagni. Quando chiedeva alla mamma e al papà, perché li aveva già cosi grandi e spessi e a cosa gli servissero, riceveva sempre la risposta più ovvia: “Ti fanno sembrare più grande tesoro, ti stanno benissimo, ecco a cosa ti servono!” rispondevano i genitori in coro. Quando invece tornava piangendo perché gli altri lo prendevano in giro, mamma e papà erano pronti ad abbracciarlo e rincuorarlo:
“Ma tesoro, cosa t’importa di quello che dicono gli altri, sei bellissimo”. Non si convinceva mai del tutto il piccolo Perfetti, ma non poteva fare a meno di notare, che i genitori erano molto convincenti quando lo guardavano negli occhi e gli parlavano a quel modo. Quindi dovevano avere ragione. A lui non piacevano molto quei due amichetti, ma cercò di non farci caso, dimostrandosi già un ometto cresciuto. Ma più passava il tempo e più gli davano fastidio e gli procuravano giornate in cui doveva vergognarsi e ritrovarsi solo soletto, a buttar giù lacrime su lacrime. Aveva finito per odiare a tal punto i suoi baffi, che decise di non tagliarli mai più, ma di tenerli così e farli crescere ancora più rigogliosi. Aveva capito che doveva conviverci, nonostante tutto. Non aveva amici e non amava uscire da casa, soprattutto d’estate, né tantomeno aveva mai apprezzato quelle colonie estive, in cui dei bambini cialtroni sfogano la loro frustrazione giocosa, trattenuta sui banchi di scuola per mesi, senza rendersi conto di non sapersi nemmeno divertire. Quelle colonie lui le passava come tutti gli altri giorni dell’anno, con la differenza che poteva farlo sdraiato su una spiaggia col mare limpido di fronte.
In questi periodi in particolare, riuscì, però, a sviluppare una passione che rimase nascosta per molto tempo: quella dello scrivere, cosa che lo tratteneva molti minuti e molte ore. Davanti al mare si divertiva parecchio a riempire i fogli dei quaderni che si portava con sé, e qualcuno giurò addirittura, di averlo visto sorridere a quel blu disteso lì davanti a lui, chiamato mare. Non era pazzo, semplicemente possedeva delle diverse visioni del mondo che erano sue e di nessun altro. Ma la cosa ancor più buffa, era che nessuno sapeva il suo nome. Crescendo le cose non migliorarono, andò all’università, si laureò, poi andò a vivere da solo. Ogni tanto un lavoretto saltuario, se l’era anche trovato, ma anche lì, non faceva conversazione, non usciva a farsi una birra con i colleghi, nulla di nulla.  Il sig. Perfetti era rimasto tale e quale allora, con la differenza che la sua acidità prorompente era aumentata a dismisura. C’era chi s’immaginava fosse un serial killer e che nascondesse le sue vittime in casa.  Qualcuno azzardava che se le mangiasse anche. Insomma veniva descritto come un uomo burbero, solitario e pericoloso ma buffo allo stesso tempo.  Cosi era per i grandi, mentre ai bambini…Ai bambini non faceva paura. Quel suo modo esilarante di camminare, un po’ penzolante, ai bambini sembrava piacere. Il sig. Perfetti era uno che non faceva caso alle voci, ai problemi che gli altri gli tiravano addosso, faceva la sua vita e se ne infischiava di tutto e tutti. Stava bene così e così voleva continuare a stare. Benché un bel giorno…Era appena uscito da casa come tutte le mattine, per andare a fare il suo solito giretto al parco. Gli abitudinari buontemponi partirono con le loro battute e battutine: “Eccolo l’uomo che cammina in modo strano e non si taglia i baffi nemmeno a pagarlo a peso d’oro”, diceva il giornalaio all’angolo; “Affacciatevi ragazzi, c’è quello svitato del sig. Perfetti”, mormorava il barbiere ai suoi primi mattutini clienti; “Guarda Rita, come ogni mattina è arrivato l’uomo che cammina male e ha quei grandi baffi!”, spettegolava la fioraia con la vicina fornaia. Lui udiva e percepiva qualcosa, ma tirava dritto per la sua strada, non se ne curava. Aveva adottato quella tecnica da qualche tempo e per il momento, sembrava comunque funzionare. L’uomo che cammina, a dire la verità, non gli dispiaceva. Non ci vedeva nulla di male nell’essere etichettato così. Ma la storia dei baffi, quella proprio non gli andava giù.  Una volta giunto al parco centrale della cittadina, vide che qualcosa non andava. Qualche simpaticone aveva rotto gli attacchi delle fontanelle, una dopo l’altra. Quel bel parco verde era un simbolo per tutta la città e i genitori portavano sempre i loro bambini lì, per giocare e divertirsi. Quelle fontane altro non erano che un punto di ristoro. Quando i piccoli avevano sete, chiedevano ai papà e alle mamme di prenderli in braccio per arrivare alla cannella. In fondo era un momento semplice, ma al contempo molto particolare. Segnava la leggerezza e la libertà di un bambino, nel divertirsi senza far del male a nessuno. Le fontane erano cinque, situate in diversi punti del parco e per scrupolo più che per voglia, il sig. Perfetti, volle girarlo tutto per verificare se lo stesso trattamento lo avessero riservato a ognuna di esse. Era proprio così. Quel fatto non gli andava molto giù, gli ricordava i dispetti subiti ai suoi tempi, dai coetanei bulli e bulletti, ma se ne infischiò come faceva sempre. Riprese la sua camminata ma a quel punto, qualche bimbo cominciò a piangere per quella scoperta così amara. Prima dei poi due, infine tutti, versarono lacrime tristi. Al sig. Perfetti tutto quel chiasso dava sui nervi, così s’incamminò verso casa doppiamente infastidita. Il danno fu segnalato al comune, ma i tempi per ripararle, sarebbero di sicuro stati molto lunghi. I bambini per il momento, non avevano possibilità di rinfrescarsi. Il giorno dopo però, come per magia, le fontane erano state aggiustate da qualche angelo e così i bambini poterono giocare e rinfrescarsi come prima. Il signor Perfetti passeggiava per il parco come ogni mattina e non poté fare a meno d’innervosirsi, per quei bimbi che come il giorno prima, facevano chiasso, anche se stavolta felicemente. Mentre camminava verso casa, notò di essere seguito.
Un gruppetto di ragazzini, nessuno dei quali sembrava avere più di dieci anni o giù di lì, gli stavano copiando la camminata e con essa, quel buffo modo di poggiare le gambe a terra velocemente, alternando due passi veloci, a uno lento. Quando si voltò la prima volta, i bambini fecero finta di nulla e così anche la seconda, ma ormai lui li aveva visti. “Ora vi faccio vedere io, piccoli farabutti!”, pensò dentro di sé. Girato l’angolo per il suo appartamento, si piantò in asso immobile, con il piede sinistro, che sbatteva frettolosamente sul marciapiede. Quando i bambini fecero a loro volta l’angolo, si trovarono davanti quest’uomo minuto ma con il viso adirato, che si parava loro davanti. Il gruppetto ormai visibilmente scoperto, non sapeva cosa dire o fare. Fu il sig. Perfetti a interrompere quei secondi di calma piatta. “E voi perché mi seguite? E soprattutto perché mi copiate la camminata?”, esordì. Per un primo istante, nessuno osò aprire bocca, poi un bambino piccino piccino, si fece largo e disse: “Perché ci fai ridere, ci piaci!” “Ci piaci?”, ripeté il Sig. Perfetti in modo confuso. Non gli passava proprio per il cervello, che potesse piacere a qualcuno, poi figuriamoci se a dei marmocchi brufolosi. “Io non devo piacervi, voi siete solo degli stupidi bambini ed io non ho tempo da perdere con voi. Tornate dai vostri genitori, prima che chiami le forze dell’ordine”. A questa risposta decisa, tutti nel gruppo, rimasero sorpresi e non si mossero dalle loro posizioni. Il Sig. Perfetti soddisfatto per essere riuscito nel suo intento, proseguì la sua camminata buffa e strampalata, smuovendo i baffoni a destra e sinistra in segno di compiacimento personale. Non si voltò mai indietro, tanto era sicuro che quei marmocchi, avessero trovato di meglio da fare che seguirlo. I bambini ancora un po’ titubanti, rimasero fermi qualche altro secondo, poi si girarono e tornarono indietro. Tutti tranne Nicolino, che non poteva resistere dal conoscere quell’uomo così burbero e arrogante. Abitava nel quartiere e anche lui come il sig. Perfetti, veniva spesso preso di mira dagli altri bambini, per via di quelle enormi orecchie, che lo facevano assomigliare a un elefante più che a un bambino. Lo chiamavano in tanti modi, da “orecchione”, a “elefantone”, fino a “topolone”. Senza dare nell’occhio, seguì passo passo l’andare del Sig. Perfetti, fino a giungere dinanzi all’edifico, dove abitava. Attese che entrò in casa e dopo qualche minuto, si avvicinò all’ingresso della palazzina. La struttura si presentava molto fatiscente, decrepita sui lati e con qualche pezzo scrostato di qua e di là. Un portone di legno molto consumato e pieno di buchi accoglieva i visitatori. Nicolino avvicinandosi cercò il nome del signor Perfetti tra i vari appartamenti per suonargli, ma non lo trovò. Scorse tutti i nomi, finché giunse a una casella vuota, senza scritte. “E’ sicuramente questo, per evitare scocciature, non avrà messo nulla.”, pensò e sé.
Si decise e suonò. Attese qualche secondo, poi suonò di nuovo. Finalmente una voce rispose: “Chi è che rompe l’anima a quest’ora?”, tuonò metallico il tono dall’altra parte. Era certamente lui. “Buonasera sig. Perfetti sono Nicolino, abito in questo quartiere e sono venuto per farle alcune domande.”
“Domande? Che tipo di domande? E poi cosa sei un bambino forse tu?” “Domande semplici su di lei, nulla di più. E si sono un bambino.” Dall’altra parte non ci fu’ risposta alcuna. Nessun respiro percepì Niccolò. “Sig. Perfetti, io voglio aiutarla, ascoltarla, conversare con lei. Non sono qui per prenderla in giro come fanno tutti. Anche io sono deriso dai miei amici, perché ho questi due grandi orecchi che mi fanno sembrare un elefante, più che un bambino”, tentò ancora Nicolino sperando che non avesse riagganciato.  A quel punto qualcosa accadde, si sentì il rumore di uno scatto e il portone…si aprì! Nicolino ne approfittò subito, prima che magari per qualche strana ragione, si richiudesse.
Alla fine aveva aperto, il che di per sé, equivaleva a un miracolo. Si aspettava i titoli suoi giornali Nicolino, per l’indomani mattina: “Un giovanotto di nome Nicolino, riesce a farsi aprire dall’uomo dai grandi baffi e dal buffo cammino ”.Che emozione! Fece le scale piano piano, perché aveva l’impressione che non avrebbe trovato la porta dell’appartamento aperta, a indicargli la via. Invece dovette ancora una volta ricredersi, infatti, alla seconda rampa di scale, un appartamento sulla destra, aveva la porta spalancata.   Entrò chiedendo permesso e buonasera. Si ritrovò catapultato in un mondo incredibile, inimmaginabile. Il signor Perfetti aveva abbellito ogni stanza, come se la casa appartenesse a un bambino. Sui muri aveva dipinto animali, paesaggi, facce sorridenti e la casa era tappezzata di poesie, filastrocche e piccole novelle. Qua e là si trovavano dei peluche dalle mille forme e colori, palloni, gonfiabili, tappeti a ogni angolo del pavimento! Un bigliardino, un canestro, un triciclo, un flipper si trovavano nella sala, dove un enorme armadio a muro, custodiva un’infinità di libri. Erano tantissimi. Nicolino non sapeva se stava sognando o era impazzito, o magari se fosse entrato nell’appartamento di qualche mago, fin quando non comparve dietro di lui il sig. Perfetti, sguardo severo e piede sinistro tamburellante sul pavimento. “Allora che cosa vuoi Nicolino?” esordì guardandolo dritto in faccia. “Parlare signore, solo parlare”, rispose con un po’ di titubanza, mista all’emozione di trovarsi nel regno di quell’uomo misterioso. “E sia, ma ho molto da fare quindi sarà una chiacchierata rapida e se non mi piacerà, ti caccerò via a pedate nel sederino, sei d’accordo Nicolino?”, tuonò il padrone di casa. “Come vuole lei signore”, rispose Nicolino. Il sig. Perfetti a quel punto andò in salotto e si sedette su un gonfiabile a forma di gorilla, mentre Nicolino lo seguì, ma rimase in piedi. “ Non ti sedere e non toccare niente, quello che vedi qui non dovrai dirlo a nessuno, intesi?”, lo fulminò il sig. Perfetti. “ E ora racconta…”, chiuse. Nicolino riuscì a dare una rapida sbirciata a quella che doveva essere la stanza da letto e notò una macchina da corsa a forma di letto. Quella casa era davvero bella, pensò. A quel punto iniziò a raccontare la sua storia, di come capiva benissimo lo stato d’animo in cui si doveva sentire lui, il sig. Perfetti, poiché anche Nicolino sapeva cosa significa essere presi sempre in giro per qualcosa. Era però convinto che quell’uomo di fronte a lui, non fosse cattivo per niente e la casa glielo confermò subito. Voleva aiutarlo e fargli capire che ai bambini, non importava nulla se fosse strano o no, a loro lui piaceva così e che non doveva odiarli. Il sig. Perfetti ascoltava senza muovere un muscolo, allora il bambino gli fece una proposta decisa: “La sua casa è stupenda signore, qui potrei impazzire di divertimento e di gioia, ci sono tantissime cose bellissime e adatte a un bambino. Perché lei vive qui e in questo modo? “Nessuna risposta. Silenzio. Allora Nicolino continuò, senza preoccupazione alcune delle conseguenze, dato che aveva avuto un’idea troppo bella in quella casa, per non essere realizzata. “Lei è un uomo buono, io lo sento e così anche gli altri bambini. Questa casa ne è la prova, lei scrive, gioca, si diverte come uno di noi, anche se è adulto. Lei non è mai cresciuto in realtà, ma si è sempre vergognato di se stesso, apparendo sempre scontroso e antipatico, ma non è così. Lei ha aggiustato le fontane al parco io lo so, l’ho vista.” .A quella frase l’espressione del Signor Perfetti cambiò, si ricompose sul divano e accigliando le sopracciglia, diede due colpetti di tosse. Nicolino lo aveva visto aggiustarle la sera prima e questo fatto lo aveva spinto fino a casa sua; aveva compiuto un gesto da vero eroe. “Ora signor Perfetti le voglio fare una proposta che mi è venuta in mente: vorrei innanzitutto tagliarle quei baffoni che ha, che la rendono così nervoso e vedrà che le cose cambieranno. E inoltre secondo me, lei sarebbe felicissimo e i bambini della città anche, se aprisse questa casa a tutti per giocare e divertirsi insieme. Sarebbe favoloso”, concluse. Osservò il volto del signor Perfetti e vide che era ancora una volta cambiato, ora sembrava disteso, tranquillo, quasi felice. Non disse nulla, ma fece di sì con la testa almeno tre o quattro volte. Nicolino non aggiunse altro, prese dalla tasca del giubbino delle forbici che si era portato dietro e si avvicinò all’uomo.
Il sig. Perfetti allora, cominciò a piangere come un neonato. Piangeva come non aveva mai fatto prima.
Erano lacrime sincere, reali e sicure di sgorgare da quegli occhi marroni scuri. “Procedi pure bambino”, gli disse con voce bassa e leggera, guardandolo negli occhi. Nicolino esitò qualche secondo, sorpreso ancora una volta da una scena che non si aspettava, poi iniziò. I suoi colpi erano leggeri, affidabili e sicuri allo stesso tempo. Sapeva che stava segnando un passo importante nella vita del Sig. Perfetti e un po’ anche nella sua. Zac zac zac, con l’ultimo colpetto il gioco era fatto, ora non si poteva più tornare indietro. I baffoni erano spariti e con loro tutta l’antipatia del sig. Perfetti.
Da quel giorno la sua casa si aprì a tutti i bambini della città, che poterono così giocare e divertirsi, insieme al signore più buono che c’era: Felice Perfetti, l’uomo dai grandi baffi, dalla camminata buffa e dal cuore enorme.

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